Esclusiva

13 Giugno 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2020
Egitto e Italia scambiano valori – intervista ad Andrea Dessì

Gli italiani nel Paese delle piramidi in cerca di opportunità commerciali. Sul piatto il destino del Caso Regeni e la libertà di Patrick Zaki. Ne parliamo con Andrea Dessì dello IAI

Patrick Zaki è ancora in carcere. La verità su Giulio Regeni sembra un miraggio nel deserto. Nonostante ciò, i rapporti commerciali fra Egitto e Italia vanno a gonfie vele, tanto che due fregate da circa due miliardi di euro salperanno presto verso il Paese delle piramidi, frutto di una trattativa economica fra i due Stati molto più cospicua. Intanto, dall’anno scorso, SACE ha aperto la propria sede nordafricana proprio a Il Cairo. Lontano dai riflettori, l’obiettivo è di tirare via dalle secche una relazione diplomatica che, dopo il Caso Regeni, sembrava destinata ad arenarsi. 

Per una panoramica dei rapporti fra i due Paesi abbiamo intervistato Andrea Dessì, responsabile di ricerca nell’ambito del programma Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI, direttore editoriale della collana in inglese IAI Commentaries e Non-Resident Scholar presso lo Strategic Studies Implementation and Research Centre dell’Università di Başkent, Ankara.

Egitto Italia

Che interessi legano Egitto e Italia?

L’Egitto è tradizionalmente uno dei Paesi più importanti del Medio Oriente, uno Stato con 100 milioni di abitanti. Collocato in una posizione strategica tra Nord Africa e vicino Oriente, vanta una posizione influente su tutta la regione, sia in ambito ideologico che di commercio internazionale e politico-militare. Questa fama di “cuore del Mondo Arabo” è venuta un po’ meno negli ultimi anni, ma l’Egitto rimane strategicamente importante per tutta l’area per attori esterni quali Europa, Stati Uniti e Russia.

Per via del trattato di pace con Israele, l’Egitto ricopre anche un ruolo di chiave di stabilizzatore nell’area, avendo mantenuto saldi i rapporti di sicurezza e intelligence con lo stato ebraico e avendo cooperato con i Paesi occidentali nella lotta alla radicalizzazione e nel contrasto al terrorismo. Tutto questo rende l’Egitto molto importante a livello geopolitico, ma anche un Paese alle prese con fortissime pressioni e sfide interne, particolarmente a livello di diritti e libertà, la cui stabilità futura non può essere assicurata. 

Per quanto riguarda i rapporti bilaterali, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto e, da sempre, i rapporti sono molto solidi. Per l’Italia, l’aspetto economico ha da sempre avuto la precedenza su aspetti geopolitici e/o di sicurezza, sebbene l’interesse economico includa anche una dimensione di sicurezza, come la recente vendita di armamenti e materiale bellico dalle imprese italiane testimonia. Si tratta di azioni che sarebbero impossibili se l’Egitto non fosse considerato un “alleato” dell’Occidente in vari campi geopolitici, a partire dalla stretta alleanza con gli Usa per via del già citato trattato di pace con Israele del 1979 (Camp David).  

L’Italia ha da sempre coltivato stretti rapporti con l’Egitto, giovando della sua collocazione geografica mediterranea e di una politica estera poco interventista e militarista nella regione araba. Con il passare degli anni, grazie alla sempre più importante penetrazione commerciale italiana in Egitto, il Paese è diventato un nodo centrale per gestire i rapporti commerciali anche con altri Stati Arabi della regione, ma anche con l’Africa Sub-Sahariana e il Corno D’Africa. L’Italia è vista un po’ come una porta verso il Vecchio Continente, così come l’Egitto è visto come una porta verso il Medio Oriente dall’Italia: c’è quindi un interesse mutuale nel coltivare buoni rapporti.

Egitto Italia
Giuseppe Conte e Al Sisi. Photo credits: ANSA

Qual è la storia recente delle relazioni Italia – Egitto?

Nell’ultimo decennio ci sono stati avvenimenti molto importanti che hanno interessato i rapporti tra i due Paesi. In primo luogo, le Primavere Arabe del 2010 – 2011 e la caduta del regime di Mubarak hanno segnato l’inizio di una nuova fase geopolitica per tutta la regione. Invece di portare alla democrazia, però, le proteste hanno dato il via a uno scontro molto accesso tra diverse potenze regionali, portando al contempo a un inasprimento della repressione e dell’autoritarismo politico, specialmente in Egitto. 

Dopo la destituzone di Mubarak nel 2011, l’Italia ha mantenuto una politica di basso profilo verso il Paese, cercando al contempo di proteggere i propri interessi economici e posizionandosi per mantenere i rapporti con qualsiasi nuovo esecutivo si sarebbe formato. Durante il regime era raro sentire dall’Italia, come da altri Stati europei, critiche verso Mubarak per via della mancanza di libertà e/o le continue violazioni dei diritti umani.

Poi è arrivato il colpo di stato militare del 2013 che ha portato al potere il generale Al Sisi e all’arresto del presidente Morsi, il primo eletto democraticamente in Egitto. Un colpo di stato sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, nel silenzio generale dell’Occidente. Si è preferito salvare il salvabile, specialmente i forti legami commerciali ed energetici con le Monarchie Arabe del Golfo. L’ascesa di Al Sisi ha riportato quindi l’Egitto nella sua tradizionale condizione di autoritarismo. 

Come ha influenzato i rapporti commerciali questo cambio di regime?

Con l’ascesa del generale, nonostante il tragico episodio dell’arresto, tortura e omicidio di Giulio Regeni del 2016, i rapporti commerciali con l’Italia sono man mano aumentati. Questo specialmente grazie alla scoperta – nel 2015 – di un enorme giacimento di gas naturale nelle acque egiziane, a Zohr, seguita poi da altre importanti scoperte nel golfo di Suez nel 2019. Questi pozzi sono gestiti da Eni e rappresentano un asset strategico molto importante per l’Italia.

Dopo l’omicidio di Regeni, l’Italia ha ritirato il proprio ambasciatore, cercando di fare chiarezza sull’accaduto, ma senza reali risultati. L’ambasciatore è stato rimandato a Il Cairo nel 2017, con la promessa di nuovi risultati nelle indagini. Purtroppo però è cambiato poco o nulla. Tuttavia, i rapporti politici ed economici sono continuati senza particolari intoppi, nonostante crescenti problemi e disappunti sulla politica egiziana in Libia, dove Italia e Egitto si trovano su sponde opposte nel sostenere le parti in conflitto.

Bisogna capire che l’omicidio di Regeni è sintomatico – se non fisiologico – del regime autoritario di Al Sisi, di gran lunga peggiore di quello di Mubarak. L’interesse primario del regime è la sua sopravvivenza: questo viene prima di qualsiasi altro aspetto politico, economico o sociale. Aspettarsi che il generale Al Sisi ci possa consegnare uno dei propri ufficiali, accusandolo dell’omicidio di Regeni, equivale al chiedere ad Al Sisi di rischiare la stabilità interna del regime. Difficilmente si arriverà mai a tale scenario, ma non per questo l’Italia dovrebbe dimenticarsi dell’accaduto.

Purtroppo la realtà è che non ci sono buone opzioni da perseguire. La società civile e le opposizioni italiane fanno benissimo a lanciare l’allarme sulla vendita di armamenti all’Egitto, ma le due navi non sono la prima e non saranno neanche l’ultima commessa militare italiana all’Egitto: sono in ballo troppi interessi e troppi soldi.

Detto questo, non bisogna perdere di vista le importanti criticità interne all’Egitto, l’aumentare del disagio socio-economico e l’accrescere della repressione sono simboli che la stabilità autoritaria di Al Sisi, come di Mubarak prima di lui, non durerà in eterno. Bisogna quindi prepararsi a nuove ondate di protesta. Questo l’Italia non può farlo da sola: c’è bisogno di una politica europea comune, sia in ambito di vendita di armamenti e dialogo politico-geostrategico, che, ancora di più, per le questioni dei diritti umani e le richieste di giustizia per Regeni, Patrick Zaki e tutte le migliaia di altri come loro. 

Egitto Italia

Il Nord Africa è da diverso tempo molto instabile. Come si colloca l’Egitto in questo scenario?

Dal punto di vista tattico, per l’Italia l’Egitto è un Paese chiave per quanto riguarda il conflitto in Libia. L’Egitto sostiene il Generale Haftar e le sue forze (come Russia e EAU) mentre, come è noto, l’Italia supporta Al Sarraj e il governo riconosciuto dall’ONU. Questo gioco geopolitico mette i due Paesi su posizioni opposte, anche se l’Italia ha cercato a più riprese di “convincere” l’Egitto a rivedere il sostengo ad Haftar. Ne è un esempio il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo nel 2017: giustificato pubblicamente con la necessità di avere un riferimento a Il Cairo relativamente al caso Regeni, questa mossa aveva il doppio fine di spostare la politica estera egiziana in relazione al conflitto libico. Tale tentativo ha avuto scarso successo, come dimostrano gli ultimi avvenimenti. Quello che ha portato il ritorno dell’ambasciatore al Cairo è stato un più attento coltivamento dei rapporti commerciali, specialmente in ambito energetico nel Mediterraneo Orientale. 

Perché si appoggiano le dittature?

Siamo oramai ritornati al periodo pre-2011, in cui si sostengono i governi autoritari (sia al Cairo sia nel resto del mondo nel mondo arabo) per non correre il rischio di avere instabilità nella regione e di veder dilagare il terrorismo, mentre si stringono affari importanti per le commesse nazionali. Questo è proprio il gioco che fanno i regimi, a cominciare da quello di Al Sisi. Non bisogna però cadere nella trappola della dicotomia fra autoritarismo e sicurezza e instabilità e terrorismo. Come abbiamo visto nel 2011, anche l’autoritarismo può portare all’instabilità quando la popolazione non c’è la fa più e decide di scendere in strada. 

Come si può cambiare rotta? Il nostro ruolo privilegiato può avere un peso?

L’Italia da sola può fare poco. C’è bisogno di una politica comune europea per sperare di avere il peso necessario per influenzare le scelte dei regimi di questi Paesi. In ambito comunitario, però, vi sono profonde divisioni. È inoltre in atto una specie di gara fra Italia e Francia in molte zone del Nord Africa e del Mediterraneo orientale.

È una competizione economica ed energetica, ma lo è anche a livello politico e, se vogliamo, ideologico. La Francia si è sempre più allineata con le Monarchie del Golfo e quindi con Il Cairo e anche con Haftar in Libia, questo perché Parigi dà la precedenza alla lotta alla radicalizzazione e il terrorismo. L’Italia, di contro, cerca di favorire una politica più bilanciata, ma per questa ragione a volte perde in chiarezza e decisione. Per ciò che concerne l’Egitto, l’Italia non vuole perdere il proprio posizionamento economico, specie se questo potrebbe essere rimpiazzato da quello francese. 

Riccardo Noury

Fra Italia ed Egitto prevale quindi la logica economica su quella dei diritti?

Tornando al caso della vendita delle navi militari – e di molte altre commesse militari imminenti – questa è una decisione presa dall’esecutivo italiano non di certo a cuor leggero. In politica si deve sempre bilanciare l’interesse materiale con quello valoriale: in questo caso hanno vinto l’interessa economico (miliardi di euro, impiego per i lavoratori italiani) e la possibilità di un avanzamento geostrategico italiano nel mediterraneo, da sempre uno dei punti cardine della politica estera italiana con l’alleanza atlantica e l’integrazione europea.

Difficile però pensare che queste commesse possano portare alla verità e giustizia per Regeni e Zaki. Anzi, è probabile che questo scambio commerciale sia frutto dell’interesse egiziano nel ricucire i rapporti con l’Italia. È giusto che la società civile si indegni e che le opposizioni politiche protestino, ma dubito che quegli stessi oppositori politici avrebbero scelto diversamente se fossero stati al potere. Con questo non voglio giustificare l’operato del governo, ma semplicemente dire che in politica internazionale sono pochi i casi dove i valori vincono sugli interessi materiali.  

Con l’Europa divisa, chi domina la regione? Cosa si può fare per invertire la rotta?

Non possiamo pensare che l’influenza economica italiana sia tale da far cambiare condotta al regime di Al Sisi. Non possiamo neanche pensare di competere a livello di sostegno economico e politico con Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che hanno salvato il regime egiziano più volte negli anni passati, oppure con gli Stati Uniti. L’unico modo possibile sarebbe attraverso una politica unitaria a livello comunitario, che faccia seguire a tutti una linea comune verso l’Egitto, come verso altri Paesi. Solo cosi si potranno meglio bilanciare gli interessi economici con quelli del sostegno ai valori di democrazia, libertà e giustizia sui quali è fondata l’Unione Europea.

Purtroppo siamo ancora distanti da tale realtà, ma è qui, in ambito europeo, più che in quello bilaterale Italia-Egitto, che l’operato della società civile può forse sperare di raccogliere i consensi necessari per richiedere una reale giustizia per Regeni, Zaki e le migliaia di altri incarcerati e/o uccisi dal regime egiziano.