Su un prato di Valle di Perna, periferia a sud di Roma, si sfidano due squadre da undici giocatori ciascuna. Non giocano a calcio, ma a cricket. Sono tutti immigrati dall’Asia. Da un lato ci sono i bangladesi del Morning Sun Cricket Club, si allenano per il campionato italiano di Serie A che comincerà in primavera. Gli avversari sono i Roma Gladiators, un misto di indiani, pachistani, bangladesi e srilankesi.
Tra loro c’è Buyan, 42 anni, «di cui almeno quaranta da appassionato di cricket». Gioca da battitore e lavora come benzinaio a Roma da 26 anni. Il più giovane è Panna. In Italia da cinque mesi, parla solo bengali e inglese e ha trovato lavoro in un albergo del centro: «Mi sto ambientando grazie allo sport». In ritardo arriva Bappy, cameriere in un ristorante. Ha staccato alle 3 e ha dormito poco per giocare a cricket: «Per tutti noi la domenica è l’unico giorno libero, ma non ci rinunceremmo mai. È quello che ci piace fare».

Con oltre due miliardi e mezzo di appassionati, il cricket rappresenta, dopo il calcio, il secondo sport più popolare al mondo. Oggi incontra grande successo nei confini del vecchio Impero Britannico, ma gode di poca fortuna nel resto del mondo. La nazionale italiana è una delle venti che si giocheranno i mondiali 2026 in India e Sri Lanka. Fondamentale in questa rinascita è stato il contributo degli immigrati dal Subcontinente indiano, che dagli anni ’80 ad oggi hanno rimesso il cricket nell’agenda di un paese che lo aveva dimenticato.
Alle 11 i giocatori si radunano attorno a tre bastoncini nel terreno: è il wicket, che il lanciatore deve colpire e il battitore avversario difendere. Si gioca con una palla di sughero e pelle, da colpire con una mazza lunga una settantina di centimetri. Le regole sono tali e tante che è facile smarrirsi.

L’asso del Morning Sun è Samir Ahmed Anik, 30enne detto “Super Samir”. Battitore e lanciatore, è arrivato a Roma ormai 14 anni fa e se ne è subito innamorato: «Come nel mio caso, di solito il cricket ti entra dentro da bambino. Ho sempre sognato di diventare come il mio idolo Shakib Al Hasan. Avrei voluto giocare nella nazionale del Bangladesh». Invece è finito a giocare per l’Italia. Anche lui benzinaio, dal 2022 al 2024 Samir è stato nel giro della selezione italiana e vanta quattro presenze internazionali. Se un sogno come il suo si è avverato è merito dello Ius Soli Sportivo introdotto nel 2003 da Simone Gambino, presidente della Federazione Cricket Italiana dal 1986 al 2016.

«Riscontravamo a inizio millennio la presenza di molti ragazzi che non potevano giocare per via delle regole che imponevano la presenza di almeno sette cittadini in formazione su undici», spiega Gambino. «Ci siamo posti il problema di come dargli spazio e abbiamo trovato la soluzione», riconoscendo come italiani anche i giovani nati da genitori stranieri giunti nel nostro Paese prima di compiere 10 anni. Per queste ragioni, conclude Gambino: «Il cricket è stato probabilmente il più forte motore d’integrazione sociale in Italia negli ultimi 40 anni».
Un ragionamento che trova d’accordo anche l’attuale presidente federale Lorena Haz Paz, in carica da appena undici mesi: «Oggi i protagonisti del cricket sono i nuovi italiani. Sono loro il corpo del movimento». E sta lavorando perché possano avere maggiore spazio anche in nazionale, dove i giocatori migliori sono australiani e sudafricani oriundi, discendenti di chi era emigrato in cerca di fortuna dall’altra parte del mondo.
Ad oggi la federazione conta 4755 tesserati, di cui appena 580 con cittadinanza italiana. La presidente Haz Paz vuole sfruttare questa risorsa per avvicinare il pubblico nazionale e i giovani a questo antico gioco per gentiluomini: «Con il supporto degli oriundi stiamo organizzando una serie di raduni per individuare i migliori talenti sul territorio». Fino ad ora i progetti promozionali dedicati al settore giovanile hanno coinvolto 120 scuole da tutta Italia e 34500 studenti in totale.
Anche Nicola Sbetti, ricercatore dell’Università di Bologna ed ex giocatore di cricket, sottolinea il contributo degli immigrati, ma mette in guardia sul «pericolo che venga percepito esclusivamente come uno sport “per stranieri”, quando in realtà nessuno sport nasce come patrimonio di un solo Paese».
A Valle di Perna la partita è finita. È durata quattro ore e ha vinto il Morning Sun. Ma Jitendra, 38enne indiano e presidente dei Gladiators, sorride lo stesso: «Per noi il cricket è tutto. Ognuno ha i suoi guai, quando scendiamo in campo dimentichiamo tutto. È una passione che ci portiamo dietro da sempre e che tiene unita la nostra comunità. Il risultato conta poco».