Esclusiva

Dicembre 15 2025
La mafia nigeriana, tra riti arcaici e social media

I criminali reclutano donne con la promessa di una vita migliore, in realtà è solo sfruttamento

«L’Europa ti aspetta, lì troverai un lavoro, soldi, un futuro» : promesse rassicuranti arrivano tramite campagne pubblicitarie sui social e convincono giovani donne a partire in cerca di una vita migliore. Le chiamano “schiave moderne”, ma la loro storia affonda le radici in tradizioni ancestrali: giuramenti rituali che vincolano le migranti al debito contratto per il viaggio.

«Le piattaforme social vengono utilizzate come veri e propri spot pubblicitari, come reclutamento. Queste sono le pubblicità della morte, dello sfruttamento» , spiega Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore, tra i massimi esperti al mondo di Mafia Nigeriana, durante il nostro colloquio.

La gestione dei percorsi migratori femminili legati alla tratta nigeriana rappresenta uno dei sistemi di sfruttamento più complessi e radicati degli ultimi decenni. Le origini risalgono alle confraternite universitarie nigeriane (cult), nate inizialmente come organizzazioni segrete di studenti e poi evolutesi in gang criminali (campus cults), capaci di trasformarsi in reti transnazionali fondate su debito, coercizione e controllo spirituale. Una delle testimoni chiave, Ococha Jennifer, afferma: «I Cults sono organizzati come la mafia in Italia. Per diventare capo dei Cults bisogna essere violenti e usare il voodoo».

Con il tempo, molte di queste organizzazioni si sono trasformate, specializzandosi nella gestione dei mercati illegali e dei percorsi migratori attraverso il Mediterraneo. Nazzaro spiega che, come Europa, «è necessario ampliare gli sforzi per sostenere lo sviluppo economico locale e favorire un Mediterraneo caratterizzato da un ricco interscambio culturale e religioso» . Oggi, queste reti organizzative mantengono strutture operative stabili e cellule attive in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, primo ed unico Paese a riconoscere come mafia la criminalità nigeriana.

Un elemento ricorrente dell’organizzazione è la presenza di due figure femminili chiave, le cosiddette madame. Una in Nigeria, responsabile del reclutamento; l’altra nel Paese di destinazione, che gestisce la vita quotidiana delle vittime e il ricavato derivante dallo sfruttamento. Si tratta, in sostanza, di un sistema così ben organizzato che, come sottolinea Nazzaro, «non richiede solo controllo o azione giudiziaria, ma una profonda comprensione dell’umanità. Un elemento fondamentale, non per risolvere ma per comprendere, è l’empatia».

Altro tratto distintivo è la dimensione spirituale, incarnata dai riti juju. Giuramenti rituali che vincolano le donne non solo da un debito economico, ma anche da una promessa carica di significati simbolici e di paura. Sul territorio italiano, la minaccia si sdoppia, promettendo punizioni magiche alle vittime e ritorsioni sui parenti rimasti in Africa.

Negli ultimi anni, però, il sistema si è evoluto e si è esteso al deep web. Forum criptati, piattaforme online e applicazioni di messaggistica protetta consentono alle madame di coordinare spostamenti, trasferimenti di denaro e comunicazioni con le vittime senza lasciare tracce visibili. Il tradizionale patto migratorio si intreccia con la tecnologia, rendendo il fenomeno ancora più difficile da intercettare.

Il risultato è un sistema che combina retaggi antichi, controllo psicologico e strumenti digitali moderni: una rete potente e invisibile che continua a sfruttare donne vulnerabili, adattandosi ai tempi pur mantenendo intatti alcuni dei suoi tratti storici più inquietanti. Le vittime sono donne vulnerabili, intrappolate in meccanismi di sfruttamento che sfuggono alla vista e alla legge. Come sottolinea Nazzaro: «Creiamo un fronte unito, perché tocca tutti e non possiamo essere complici. Il più grave crimine? La tratta di esseri umani» .