Esclusiva

Dicembre 15 2025
Mani sulle pareti: dov’è l’anima dell’arte artificiale

Confronto tra l’arte come segno dell’esistenza umana e l’imitazione dell’Intelligenza Artificiale

Diciottomila anni prima della nascita di Cristo, in Francia, una donna entra in una caverna e si ferma a osservare i cavalli dipinti sulle pareti. Decide di lasciare un segno, come avevano già fatto coloro che l’avevano preceduta. Appoggia la mano sulla roccia e ne traccia il contorno con la pittura.Circa diecimila anni dopo, in Argentina, un uomo da inizio ad un movimento lasciando la sua impronta sulle mura di una caverna. Nel corso di 8000 anni in centinaia lo seguono e copiano il suo gesto. Quel luogo, pieno di impronte, prende il nome di Cueva de las Manos, la caverna delle mani.

Esiste un motivo profondo per cui esseri umani separati da epoche storiche lontanissime e da continenti opposti abbiano messo in scena lo stesso identico atto. È lo stesso gesto che compiono ancora oggi i bambini quando imparano a tenere una matita in mano. La manifestazione più elementare del proprio passaggio sulla terra è l’impronta di una mano.

Ferdinand de Saussure scrittore e semiologo svizzero, nei suoi studi, teorizzò il segno linguistico come un dualismo tra significante e significato. Il significante è la componente materiale del segno, l’insieme di suoni o lettere che lo costituiscono. Il significato è il concetto mentale a cui quel segno rimanda. Guardando le impronte lasciate dai nostri predecessori nel Paleolitico, è impossibile non leggere in quei segni un messaggio chiaro: «io sono qui, ci sono stato, sono esistito».Saussure ci aiuta a comprendere che la necessità umana di creare non nasce solo dal desiderio di rappresentare il mondo che ci circonda, ma anche dal bisogno di inserirsi in esso. Da qui emerge una conclusione fondamentale: la creatività non deriva dalla padronanza di una tecnica o di un’arte, ma dalla necessità di essere visti, di lasciare una traccia del proprio passaggio.

Senza il bisogno di creare per essere visti, può esistere l’arte? La risposta è no, perché le due dimensioni sono inseparabili.

Se chiediamo a un’intelligenza artificiale di produrre la stessa arte dell’uomo, immagini di mani il più possibile realistiche, i risultati sono spesso disturbanti. Se messe a confronto, l’arte dotata di anima coincide con un chiaro segno del passaggio dell’autore nel mondo. Quella priva di anima invece no, come se l’algoritmo intuisse di essere un falsario, intento a replicare qualcosa che non comprende.

Mani sulle pareti: dov'è l'anima dell'arte artificiale

L’intelligenza artificiale non è coinvolta nel mondo. Non prova emozioni, non sperimenta sensazioni, non possiede ricordi né senso di meraviglia. Anche se in futuro potessimo darle un corpo, braccia e mani capaci di disegnare o scrivere poesie, la sua arte continuerebbe a essere priva di significato, perché mancherebbe la soggettività. L’IA non ha un’identità. Non ha un motivo per agire se non quello imposto da un prompt. Non le interessa essere vista, non ha alcuna ragione per affermare «io sono qui, ci sono stata, sono esistita». Tornando a Saussure, nell’arte digitale possiamo forse riconoscere un significante, ma il significato è assente, perché manca l’intenzionalità.

L’arte dell’intelligenza artificiale è povera perché nasce dalla mancanza. Non c’è esperienza, non c’è anima. Continuiamo a definirla creativa nel vano tentativo di interpretare un fenomeno che non comprendiamo fino in fondo. Possiamo solo attribuire senso a ciò che l’IA produce, cercando di proiettare un valore dove il valore non è stato vissuto.

Mani sulle pareti: dov'è l'anima dell'arte artificiale

Questa arte non può trasmetterci nulla di autentico, perché non possiamo condividere le emozioni di chi l’ha creata. Fino a quando all’IA non verranno date emozioni, sogni, desideri, curiosità, le uniche mani sulle pareti capaci di dire «io esisto» resteranno quelle dell’uomo.