Esclusiva

Dicembre 19 2025.
 
Ultimo aggiornamento: Dicembre 20 2025
Gioia e dolori di un arbitro di periferia

«Gli insulti fanno parte del mestiere. Cerco di parlare con tutti i giocatori», spiega Fabio Nuccitelli

Lunedì, sette e mezza di sera, la temperatura a Roma si aggira intorno allo zero. Fabio Nuccitelli, 59 anni, si prepara nello spogliatoio-container adiacente al campo da gioco di Villa Spada, sulla Salaria. Si muove con gesti abitudinari: infila la divisa, sistema i calzettoni, poi prende un flacone di gel e lo stende con cura su polpacci e cosce. «Serve a scaldare un po’ i muscoli», spiega sorridendo, «con questo freddo è meglio non rischiare». Dopo una mezz’ora circa scenderà in campo per arbitrare Asd Gorilla – Eventi Futsal, partita di cartello della categoria under 17 femminile. Non c’è pubblico sugli spalti, solo qualche genitore infagottato nel giubbotto e dirigenti che aspettano il fischio d’inizio. 

«Se sono qui non è per un discorso economico, mi sembra ovvio. Di lavoro faccio altro, quella per l’arbitraggio è una passione che porto avanti nel tempo libero. È un modo per rimanere in contatto con il calcio ora che non posso più giocare». 

Quando Nuccitelli lascia il proprio ufficio per raggiungere il centro sportivo sa bene che, durante la partita, nessuno farà il tifo per lui: «Gli insulti e le proteste fanno parte del mestiere. Io cerco di parlare con tutti i giocatori, di spiegare le mie scelte, ma spesso ti rendi conto che il 99% di loro non conosce il regolamento. In campo sono sereno, vado per divertirmi, non per subire».

Sun Tzu, generale e filosofo cinese, suggeriva di conoscere il proprio nemico. Il calcio per certi versi è una battaglia, Fabio ha studiato: «So come gestire i calciatori più fastidiosi perché ero uno di loro. Quando l’arbitro sbagliava glielo facevo notare, sapevo di avere ragione. Ora che sono dall’altra parte riconosco in un attimo il ragazzo nervoso o quello strafottente. Un fischio deciso, qualche cartellino e la partita torna a scorrere. Poi è normale avere qualche abbaglio, ogni tanto».

Il rapporto con l’errore, tuttavia, non è un problema. «I calciatori sbagliano i rigori, io posso toppare un fischio. Non ho il Var, a volte nemmeno i guardalinee, la decisione va presa in meno di un secondo e ci può stare che io veda male. A casa non porto nulla, finisce tutto al termine dei novanta minuti».

Gioia e dolori di un arbitro di periferia

Il giorno in cui si svolge l’intervista cade a poche settimane dall’ultimo caso di violenza sugli arbitri. Un ragazzo di 15 anni a Ginosa, in Puglia, preso a pugni in faccia mentre rientrava nello spogliatoio. In tanti anni di campi periferici Fabio dice di aver visto un po’ di tutto. Proteste continue, panchine nervose, partite che si accendono per un fallo laterale o per un rigore contestato. Fa parte del mestiere e, in qualche modo, lo mette in conto.

Quello che gli pesa di più, però, non arriva quasi mai dai ragazzi in campo, ma dagli spalti. Dai genitori che urlano, che trasformano una partita giovanile in una questione personale, che caricano di tensione chi dovrebbe solo giocare. È un rumore di fondo costante, difficile da ignorare, soprattutto quando le distanze sono minime e le voci arrivano tutte insieme.

«L’ambiente dei settori giovanili è intossicato. Ricordo di una volta in cui un bambino prese una pallonata forte sul petto e non riusciva a respirare bene. Ho fermato subito il gioco. Un genitore sugli spalti ha iniziato a insultarmi perché “non era fallo”. Come possiamo chiedere un comportamento migliore ai ragazzi, se l’esempio che diamo è questo?». 

La serietà sul volto di Fabio resiste per qualche secondo, poi lascia spazio a un sorriso. Si è reso conto che la mezz’ora di attesa è finita, le giocatrici lo stanno aspettando in campo.