Esclusiva

Dicembre 28 2025
Mafianeindanke, l’associazione tedesca contro la mafia

Nata dopo la strage di Duisburg, lavora per sensibilizzare l’opinione pubblica

Sono da poco passate le 2.20 del 15 agosto 2007 a Duisburg, in Germania, quando sei uomini escono dal ristorante italiano ‘Da Bruno’. Sono tutti originari della Calabria: due lavorano come camerieri nel locale, tre sono amici del proprietario. Appena saliti in macchina per rientrare nelle rispettive abitazioni, vengono colpiti da una raffica di proiettili, che ne uccide cinque sul colpo, mentre l’ultimo muore nel trasporto in ospedale. Le indagini della polizia tedesca e della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria riveleranno che l’eccidio è l’atto finale della faida di San Luca, che dal 1991 vede contrapporsi la ‘ndrina dei Nirta-Strangio a quella dei Pelle-Vottari, cui apparteneva il titolare del ristorante.

La strage di Duisburg costringe l’opinione pubblica tedesca a fare per la prima volta i conti con la diffusione del fenomeno mafioso nel Paese. Una presenza in realtà stabile almeno dagli anni ‘60, quando i boss della ‘ndrangheta intuiscono le potenzialità del “Protocollo sull’assunzione di lavoratori italiani”, firmato nel 1955 dalla Germania dell’Ovest e dall’Italia per regolamentare il flusso migratorio tra i due Paesi. Molti lavoratori italiani, in cerca di condizioni economiche e contrattuali stabili, iniziano dunque a offrire manodopera alle fabbriche tedesche in difficoltà dopo la Seconda guerra mondiale. 

Alcuni mafiosi decidono di infiltrarsi tra gli operai per esportare il proprio modus operandi, sfruttando il vuoto normativo tedesco, tutt’ora presente, nell’ambito della criminalità organizzata. 

Nel codice penale tedesco non esiste infatti un equivalente del 416bis, che in Italia istituisce il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, e neppure un organismo investigativo in contrasto al fenomeno. Non ci sono misure cautelari come il sequestro preventivo o il limite al contante, tanto che tra i reati più diffusi sono stabili il riciclaggio di denaro e il traffico di droga, facilitato dagli scarsi controlli nel porto di Amburgo, dove arrivano grandi quantitativi di cocaina dal Sudamerica.

Soprattutto, non c’è una memoria collettiva. Anzi, sono numerosi gli esempi di romanticizzazione dell’estetica della mafia. Come il gioco da tavolo ‘La Famiglia: The Great Mafia War’, al cui centro c’è un clan siciliano che deve affermare il proprio dominio. O la ‘pizzeria Corleone’, uno dei tanti locali che punta su piatti come la pizza Riina. Tutto ciò porta ad una crescente diffidenza verso l’intera comunità italiana.

È a tale scopo che nel 2007 nasce mafianeindanke (‘Mafia no grazie’). Un movimento, diventato associazione nel 2009, fondato da Pino Bianco, proprietario a Berlino della Trattoria alla Montagnola, che inizialmente unisce i ristoratori italiani per combattere gli stereotipi e far fronte comune contro le richieste di pizzo dei clan locali, ma che poi si apre a sensibilizzare il pubblico tedesco. «Se prima puntavamo su libri, film e dibattiti, oggi lavoriamo in modo politico, con soci anche da Svizzera e Austria», racconta Judith Eisinger, membro del consiglio direttivo di mafianeindanke. «Il nostro lavoro è fitto e trasversale: ricerche sulla legislazione e sulla criminalità finanziaria, formazione, e l’importante progetto ‘Mapping the mafia’, una banca dati digitale costruita estraendo dalle sentenze di condanna per 416bis della Cassazione quelle che riportano legami con la Germania, per sopperire al vuoto legislativo e di ricerca tedeschi e rendere visibili le mafie. Solo negli ultimi cinque anni, più di 100 sentenze italiane per questo reato menzionano personaggi o attività nel nostro Paese».

Mafianeindanke, l’associazione tedesca contro la mafia
Un estratto dal progetto “Mapping the mafia”. I grafici mostrano diverse sentenze di condanna per criminalità organizzata italiane (le cui denominazioni sono state codificate) che citano città tedesche

Ma come si finanzia un’associazione non profit antimafia? «Oltre alle donazioni, ci sono le quote annuali dei soci, di 36 euro ciascuna. Poi i fondi che riceviamo come creatori, insieme ad altre realtà antimafia europee, di alcuni progetti Erasmus come la rete Chance». Talvolta però le risorse non bastano, e alcune attività, pur efficaci, sono costrette a chiudere. «Dal 2026 non potremo proseguire una linea telefonica di consulenza per chi riscontra problemi concreti legati alla presenza mafiosa», conclude Eisinger.