Sarà una coincidenza, ma nel momento in cui Leone XIV inizia a girare tra la folla di pellegrini riunitasi per ascoltare le sue parole, le nuvole si fanno da parte e il sole esce fuori per concedere ai presenti un sollievo dal freddo.
Nel terzo anniversario della morte di Benedetto XVI, emissari da ogni parte del mondo danno il loro benvenuto in nove lingue diverse e introducono il discorso del Papa con una lettura dal Vangelo. Il nuovo pontefice guarda a ciò che quest’anno ha rappresentato. Gli eventi sono stati numerosi, «alcuni lieti, alcuni dolorosi» dice ricordando la scomparsa del predecessore Francesco. Con il Giubileo che volge al termine, il Papa invita ciascuno di noi a fare «un esame di coscienza». Cos’hanno significato la moltitudine di persone, le decine di milioni di pellegrini che si sono avvicendate nell’attraversare la Porta Santa? È stata solo una comune richiesta di perdono?
«Tanti sono venuti alla tomba di Pietro». È stato un segno. Interpretare quei segni che hanno reso grande – nel bene e nel male – quest’anno giubilare è il vero significato della liturgia. «Se riflettiamo su questo segno, osserviamo che la vita è un viaggio», è stata la risposta, il giudizio del Papa. Citando San Paolo VI, ricorda poi che il giubileo altro non è che un «atto di fede», che si esprime in questo grande consesso di persone, un’assemblea che richiama il vero significato del termine ekklesia. L’adunanza e la comunità.
«Meditiamo sui segni. Il passaggio dal vecchio al nuovo anno non coincide forse con il passaggio attraverso la Porta Santa?» Negli stessi momenti in cui Leone fa queste considerazioni, alla sua sinistra si susseguono file ordinate di fedeli che approfittano degli ultimi giorni per attraversare il portale. La simbologia è l’aiuto verso la comprensione. «Pedagogia e stupore» sono state per il Papa le parole chiave di questo giubileo.
Non parla né di guerra né di pace. Il suo è un discorso leggero, libero dal riflesso degli eventi delle ultime settimane. Un’occasione per parlare con serenità, per celebrare anche i successi, le vittorie conseguite. Nelle prime file ci sono dei giovani provenienti dalla Palestina. Il pontefice li saluta, e insieme con loro i fedeli del Patriarcato latino di Gerusalemme. Essi sono la prova che la pace è raggiungibile. Il 2026 sarà il vero terreno di prova. Forte dell’assetto politico e diplomatico ereditato da Francesco, Leone contribuirà agli sforzi delle delegazioni russe, ucraine ed americane, che in quest’ultimo mese dell’anno hanno pesantemente premuto l’acceleratore sulle trattative per porre fine al conflitto.
Al termine dell’udienza il Papa annuncia: «Stasera canteremo». Alle 17 celebra la messa di fine anno, e a seguire il canto, il Te Deum. Leone si alza, si avvicina ai suoi, dà qualche stretta di mano. L’intervallo di luce che aveva accompagnato il suo discorso s’interrompe e il cielo torna nuvoloso.