Le stradine della periferia ternana iniziano a riempirsi già nel primo pomeriggio. Alcuni arrivano in bicicletta, altri a piedi. Verso sera, il viavai di scooter e automobili si fa frenetico, e i clacson suonano con sempre più insistenza. È il 3 luglio 1958. Migliaia di persone provenienti da tutta Italia si radunano a Maratta Alta, una piccola località nelle vicinanze di Terni, per assistere a un miracolo: Gino e Paola, due bambini di 12 e 9 anni, dicono di avere un appuntamento con la Madonna. Senza immaginarlo, finiranno per ispirare una delle scene più famose del cinema italiano.
I piccoli “veggenti” giungono al campo delle apparizioni scortati dalla polizia. Si fanno strada tra la folla attraversando un corridoio di ceri e fiori, poi si inginocchiano. Il silenzio della veglia è interrotto occasionalmente dal pianto di qualche bimbo e dalle preghiere sussurrate in dialetti diversi. Giornalisti, fotografi e troupe televisive sono schierati, pronti per documentare l’evento.
I pellegrini attendono e sperano fino a tardi, ma il prodigio promesso non ci sarà. Manca poco a mezzanotte, quando qualcuno indica il cielo: c’è chi vede una luce staccarsi dalla Luna, chi una scia salire verso l’alto. Le versioni sono discordanti ma l’effetto è immediato: alcune donne svengono, altre invocano la grazia, l’attesa si trasforma in agitazione collettiva.
Quella di Maratta Alta è una pagina di cronaca che racchiude alla perfezione le contraddizioni della società italiana del boom economico, divisa tra l’urgenza di modernità e il radicamento in un passato di superstizioni e credenze popolari. Attraverso il racconto dei media, «il miracolo di mezzanotte» – come lo definisce il settimanale L’Europeo – supera rapidamente i confini della provincia. Fotografie sfocate del cielo, malati in cerca di guarigione e uomini in divisa impegnati a contenere l’entusiasmo dei presenti riempiono le prime pagine dei giornali nazionali.

Basta poco però a far calare il sipario sulla vicenda. Con l’avvio delle indagini della Questura di Terni il fervore collettivo si affievolisce e il tono della stampa cambia drasticamente: «Il tempo dei miracoli sembra ormai scaduto senza rimedio» scrive Il Messaggero il 13 luglio.
La svolta definitiva arriva con gli interrogatori. La Stampa titola «I due bimbi di Terni si sono inventati le visioni»: dopo tre lunghi colloqui, infatti, Gino e Paola «hanno finito per confessare che di tutto ciò che hanno raccontato non è vero nulla», si legge sul Corriere della Sera. «Non è vero delle visioni, dei prodigi, dei divini annunci di grazia».

A chiudere definitivamente il caso è il cinegiornale dell’Istituto Luce, che il 17 luglio archivia l’episodio con un commento lapidario: «Lourdes non si è ripetuto a Maratta Alta». L’attesa del miracolo viene così ridotta a «una saga più pagana che cristiana, un gioco crudele con la fede di tutti, con la speranza di tanti malati».
Ma la vicenda non rimane confinata nelle pagine di cronaca. Due anni più tardi Federico Fellini la riporta sullo schermo in uno degli episodi più celebri de La dolce vita: nella sequenza del “falso miracolo” il cronista Marcello, insieme all’amico Paparazzo, si reca nelle campagne romane per documentare l’apparizione della Madonna a due bambini. Ciò a cui assiste però ha ben poco di sacro: operatori televisivi che sistemano luci e carrelli per ottenere l’inquadratura perfetta, fotografi che suggeriscono pose ai fedeli, un regista che dispone la folla come fosse un insieme di comparse. Quando arrivano i bambini, la folla corre e si inginocchia ai loro piedi. I due si voltano e si scambiano uno sguardo complice, prendendosi gioco dei fanatici che li inseguono in ogni direzione.
Il miracolo è solo una messa in scena, ma in quell’artificio la macchina da presa di Fellini cattura una verità che oggi, più che mai, appare profetica: la facilità con cui la finzione può sostituirsi alla realtà. Se negli anni Sessanta bastano un passaparola e qualche scatto confuso per plasmare la percezione pubblica, nell’era digitale, tra algoritmi, immagini generate dall’intelligenza artificiale e notizie che corrono più in fretta della loro verifica, il processo si è raffinato fino a diventare quasi invisibile.
Quello che nel 1958 è un falso prodigio di provincia anticipa così le dinamiche del mondo contemporaneo, dove il confine tra l’evento e la sua rappresentazione si fa sempre più sottile, rendendo la verità della notizia un elemento secondario rispetto alla forza della sua diffusione.