«Abbiamo avuto paura». Nella notte del 2 gennaio Emilia, 63 anni, di Caracas, è stata svegliata dalle bombe cadute sulla sua città. «Per mezz’ora hanno colpito uno dopo l’altro i principali obiettivi strategici con attacchi mirati e precisi».
Emilia vive a Santa Eduvigis, una zona residenziale e commerciale nella parte orientale della città. «Ho visto con i miei occhi gli aerei americani nei cieli. Hanno bombardato palazzo Miraflores, sede della presidenza, il Cuartel de la Montaña, un luogo simbolico per i bolivariani in cui è sepolto Hugo Chávez, e ancora l’aeroporto di Higuerote e il porto de La Guaira».
Fino alle 2 del pomeriggio (le 18 in Italia), nei quartieri della capitale le strade sono deserte e tanti cittadini sono barricati in casa. «I negozi sono chiusi: panetterie, supermercati. È aperta solo una catena di farmacie per i servizi essenziali. C’è fila davanti ai pochi esercizi attivi».
Nessuna risposta da parte dei cittadini, nonostante gli appelli del governo a scendere in strada: «Non abbiamo potuto reagire. Qui da anni, e soprattutto nell’ultimo periodo, c’è stata una repressione fortissima, brutale. Arrestavano chiunque: nessuno poteva parlare, nessuno poteva pubblicare nulla. Uscire di casa significava prima ripulire il telefono, perché se per caso ti fermavano, te lo controllavano».
I media nazionali tacciono o diffondono informazioni non confermate. Quasi tutte le notizie arrivano dall’estero o dai social, in particolare X, e la comunicazione avviene quasi esclusivamente su WhatsApp. La vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, in una telefonata al canale televisivo ufficiale VTY, ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fornire prove che Maduro sia ancora vivo. «Così diamo per vero che non si trovano nel paese, perché è la vicepresidente a parlare», racconta la testimone ore prima della conferma ufficiale nella conferenza stampa di Mar-a-Lago.
Per il governo ci sarebbero anche vittime civili. Secondo Emilia, sarebbero tuttavia limitate: «Purtroppo qualcuno è morto. Ma di solito in questi luoghi ci sono soprattutto agenti e militari, insomma persone che lavorano per il governo».
A seguito dei raid americano la situazione è incerta anche in località del Venezuela non interessate dai bombardamenti statunitensi. Lo assicura Ana, 24 anni, studentessa di giornalismo, mentre sta tornando nottetempo nel piccolo borgo in cui vive. Aveva festeggiato il Capodanno nel nord del paese, nello stato di Falcón, ma intorno alle 2:30 le chiamate allarmate dei parenti hanno svegliato lei e la sua famiglia, che ha deciso di tornare verso un luogo più sicuro, nella regione Portuguesa.
Anche loro hanno paura di ritorsioni. «Non c’è traffico, niente di particolare. I caselli sono completamente vuoti e non stanno facendo pagare nulla. Alcune macchine stanno evacuando, come noi. Qualche coda ai distributori di carburante. Non sappiamo cosa succederà con la benzina e con tutto il resto».