Quando le istituzioni crollano, difendere la democrazia diventa la priorità assoluta. Ma per farlo serve coraggio. È da questa convinzione che parte il racconto di Mariela Magallanes, responsabile internazionale del partito La Causa Radical, ex deputata dell’Assemblea Nazionale e tra i principali oppositori del dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Costretta all’esilio da sei anni, oggi vive in Italia, ma lo sguardo resta fisso sui fatti che, nelle ultime ore, stanno coinvolgendo il suo Paese.
«Sicuramente questo evento può favorire una transizione. Ci troviamo in un momento storico che potrebbe essere definitivo per il futuro del Paese». L’ex deputata interpreta gli ultimi avvenimenti come un passaggio cruciale nella lunga crisi venezuelana.
Per lei, la crisi in atto non è improvvisa né casuale. «L’instabilità è prodotta da Nicolás Maduro, che ha scelto di restare al potere violando la volontà popolare e sfidando il mondo democratico». «Non si tratta di petrolio o di interessi geopolitici. L’obiettivo è la libertà, la democrazia, la dignità di un popolo».
Dopo sei anni lontana dal Venezuela, parla per la prima volta di un possibile ritorno. «Ho il diritto di vivere nel mio Paese e di contribuire alla sua ricostruzione» e aggiunge: «Possiamo dire che è iniziata l’epoca post Maduro».
In questo scenario, il sostegno internazionale alle alternative democratiche è decisivo. «È un giorno di speranza», dice, indicando in Maria Corina Machado ed Edmundo González i punti di riferimento di una possibile transizione. «Questa non è la causa di un singolo leader, ma di tutti i venezuelani che hanno sofferto la brutalità del regime».
Se la voce dell’opposizione parla di una possibile svolta, i giornali venezuelani restituiscono un Paese spaccato anche nel racconto.
El Nacional apre con «Gli Usa accusano Nicolás Maduro e Cilia Flores di narcoterrorismo» e presenta l’arresto come l’esito di una lunga offensiva giudiziaria statunitense contro i vertici del chavismo.
Di segno opposto Ultimas Noticias, che titola «Venezuela denuncia all’ONU l’aggressione militare degli Stati Uniti», rilanciando la denuncia del governo venezuelano per violazione della Carta delle Nazioni Unite e descrivendo l’operazione come un atto di forza illegittimo.
Più prudente El Universal, che punta sull’incertezza istituzionale con «Delcy Rodríguez esige prova di vita da Nicolás Maduro», dando spazio alla richiesta della vicepresidente di chiarimenti sull’ubicazione del presidente e della first lady.
A offrire una ricostruzione più analitica è El Diario, che titola «L’operazione statunitense prende di mira siti strategici e Maduro viene catturato» e descrive nel dettaglio gli attacchi notturni, l’estrazione di Maduro dal Paese e il clima di tensione interna, tra stato di emergenza e appelli alla mobilitazione del chavismo.
Tra accuse di narcoterrorismo, denunce di aggressione militare e richieste di prove di vita, il Venezuela resta sospeso. Ma per la prima volta dopo anni, accanto al rumore delle bombe e delle versioni contrapposte, riemerge una parola che sembrava scomparsa dal lessico politico del Paese: futuro.