Esclusiva

Gennaio 5 2026
Perché il true crime continua ad essere così virale

Hillary Di Lernia, criminologa e curatrice di @larassegnanera, ne parla a Zeta

Ogni giorno, centinaia di migliaia di utenti si connettono a Spotify, scorrono l’elenco dei podcast più ascoltati di Italia e ne selezionano due in particolare, il genere sempre lo stesso: il true crime. Da più di tre anni si conferma in cima alle classifiche dello Spotify Wrapped, il riassunto annuale dell’attività di ascolto degli utenti della piattaforma di streaming. «Nei podcast e sui social, l’utente è spettatore della criminalità, ne è coinvolto emotivamente ma al tempo stesso resta al riparo dalla sua gravità». Con queste semplici parole Hillary Di Lernia, criminologa, giornalista e curatrice della pagina Instagram @larassegnanera spiega il successo della cronaca nera.

Tra i più ascoltati non si può non citare “Elisa true crime”, il podcast che la content creator Elisa De Marco ha aperto nel 2022 dopo l’enorme riscontro dell’omonimo canale YouTube. Un format che punta su uno storytelling diretto, accurato ma non sofisticato, accessibile a chiunque. Nello stesso anno Il Post ha iniziato a produrre “Indagini”, scritto e condotto dal giornalista Stefano Nazzi, che analizza le dinamiche investigative e giudiziarie dei gialli italiani. I prodotti curati da De Marco e Nazzi sono solo tra gli ultimi di una tipologia narrativa che da almeno quattro secoli è capace di attrarre ogni tipo di spettatore. A partire dai penny dreadful, le pubblicazioni sensazionalistiche che in epoca vittoriana narravano vicende ispirate a fatti di cronaca nera in forma breve e seriale, fino ad arrivare agli account su TikTok che oggi collezionano milioni di follower riprendendo le stesse strategie narrative. Un percorso che conferma la capacità di adattarsi ai tempi e alle nuove tecnologie.

«Si costituisce una forma di superiorità morale – osserva Di Lernia -, che nasce dalla distanza simbolica ed emotiva dal fatto. Da lì si sviluppa la tendenza a giudicare le vite e le scelte altrui, alimentando l’illusione che ciò che è accaduto loro sia frutto di errori individuali e, proprio per questo, qualcosa da cui noi siamo strutturalmente al riparo». Ed è vero. Consumare questi contenuti ci dà l’illusione di controllare e allontanare la criminalità, ci fa credere di confezionare una facile guida per riconoscerne i campanelli d’allarme. In più, i media continuano a puntare sul macabro: quando prova paura, il cervello rilascia adrenalina e dopamina, due neurotrasmettitori che generano nel corpo un’eccitazione fisiologica legata al piacere e alla gratificazione, portandoci a cercare ancora, inconsapevolmente, questa sensazione di paura mista a orrido. A ciò si aggiunge l’assuefazione al dolore.

Il punto di svolta 

Un momento essenziale nell’evoluzione del genere avviene nel 1981 con la morte di Alfredino Rampi, un bambino di cinque anni che rimane intrappolato in un pozzo a Vermicino, una frazione di Roma. Per la prima volta, il Tg3 avvia una diretta continuativa delle operazioni di soccorso, in una spettacolarizzazione della tragedia che dà il via a decine di trasmissioni televisive. Attraverso casi simili, vengono messe in atto dinamiche psicologiche, relazionali e sociali che favoriscono il binge-watching (l’abitudine di guardare molti contenuti video in rapida successione) di serie e documentari che coinvolgono lo spettatore nelle dinamiche investigative. Gli stessi meccanismi che catturavano lo spettatore nell’era vittoriana. Solo che ora la notizia si diffonde tramite podcast, pagine Instagram, canali YouTube e TikTok, dove prevale la capacità del true crime di indirizzare le paure del pubblico, stigmatizzare il criminale e sfruttare voyeuristicamente l’atto violento.

«Abbiamo una responsabilità sui lettori», ammette la criminologa Di Lernia, che conferma l’ampio uso di immagini violente nei media, e la frequenza con la quale veniamo bombardati da queste. «E ormai da tempo puntiamo sugli aspetti scabrosi, facendoci guidare più dal numero di visualizzazioni da totalizzare che dall’etica. Se noi giornalisti abituiamo gli utenti a ricevere le notizie in questo modo, i contenuti analitici risultano poco interessanti. La chiave sta nell’andare oltre la fruizione passiva dei contenuti, per portare in primis il giornalismo a trovare un modo etico di diffondere queste informazioni», conclude Di Lernia.