Esclusiva

Gennaio 8 2026.
 
Ultimo aggiornamento: Gennaio 9 2026
Vinili, diari e pellicole, la Gen Z vuole disconnettersi

Il ritorno delle tecnologie del passato cambia il rapporto con il digitale, sempre più orientato a esperienze lente

Il 2026 sarà l’anno del ritorno all’analogico. Sui social sono andati virali post e video dove gli utenti hanno condiviso modi per rallentare e staccarsi sempre di più dai propri smartphone. Per farlo hanno sostituito le nuove tecnologie con CD, vinili, pellicole fotografiche e diari. Persino gli influencer e i creator hanno mostrato la loro “borsa analogica”: oggeti del passato che si portano sempre dietro come libri, cruciverba e acquerelli per resistere alla tentazione del telefono. 

Questi esperimenti online non sono semplici trend, ma riflettono un cambiamento culturale più ampio. I dati recenti della British Phonographic Industry mostrano come i formati analogici stiano vivendo una rinascita. Nel Regno Unito le vendite di vinili sono aumentate di circa il 13,3% e l’interesse per le cassette è cresciuto di quasi l’80% rispetto all’anno scorso. 

Anche nel nostro paese, la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI) ha riportato che il segmento fisico è cresciuto di circa il 13%, trainato da un aumento del 17% nelle vendite di vinili e da una crescita del 4,7% dei CD. 

Non è coinvolto solo il settore musicale, ma anche quello della stampa e dei media. Persino la Generazione Z sembra resistere all’idea che “la stampa sia morta”. Esiste un mercato di riviste indipendenti e redazioni under 30 che alimentano la diffusione di queste realtà proprio sui social. Può apparire paradossale vedere online contenuti che invitano a limitarne l’uso, ma è proprio questa contraddizione a raccontare il rapporto dei nativi digitali con i media e le loro reali aspirazioni.

Questo dualismo riflette una condizione di costante equilibrio: da un lato usano strumenti tecnologici sempre più sofisticati, dall’altro cercano di contenerne l’impatto, riducendo il tempo trascorso davanti agli schermi.

Questa situazione non è passata inosservata alle industrie creative. Yasuharu Sasaki, Global Chief Creative Officer di Dentsu, uno dei più grandi network pubblicitari al mondo, lo esprime con chiarezza: “Le persone desiderano sia l’iper-reale che il fatto a mano… il digitale e il profondamente umano”.L’analogico ha aperto di nuovo uno spazio di contemplazione e di coinvolgimento concreto in un mondo online frenetico. Questi formati stimolano le esperienze sensoriali, aspetti che i dispositivi digitali, per loro natura, tendono a eliminare.

“Come generazione cresciuta principalmente online, ci stiamo lentamente rendendo conto di non possedere davvero nulla: abbiamo solo innumerevoli abbonamenti a film, musica e altri media virtuali. Questo significa che bastano un paio di pagamenti mancati o una password dimenticata per perdere anni di raccolte audio e visive, e all’improvviso l’idea di un’era oscura digitale diventa molto più personale” dice la creator Rosie Okotcha in un post su Instagram.


E il 2026 potrebbe essere l’anno di un vero cambiamento culturale: il desiderio di relazionarsi ai media in modo consapevole, resistere all’eccesso digitale e recuperare l’autonomia. Premere “shuffle” su un’app di streaming, scorrere all’infinito il feed o sfogliare album fotografici digitali offre immediatezza, ma sono esperienze che si dimenticano in fretta. Conoscenze, ricordi e contenuti diventano così transitori, rafforzando la sensazione che nulla ci appartenga davvero.