Gli scatoloni arrivano fino al ciglio della strada. Le mani ravanano dentro: sfogliano, girano e cercano. «Lo capisci subito se è un affare», dice un ragazzo, «se il disco è consumato ne vale la pena». Uno sguardo rapido, e gli occhi passano subito alla copertina successiva. Nell’era dello streaming selvaggio, qualcuno torna a ricercare il suono tra le dita.
Una normale domenica mattina a Porta Portese, mercato storico di Roma. Decine di persone, per lo più giovani e giovanissimi, affollano i banchi alla ricerca di pezzi rari o da collezione. «I ragazzi vengono spesso a cercare dischi, anche robe molto specifiche. Certe volte mi sento quasi in soggezione», racconta un commerciante, «mi chiedono ristampe, edizioni limitate. Sono molto preparati». Poco più in là, tra libri usati, fumetti e vecchi magazine, avviene lo stesso. «Se li comprassi nuovi dovrei accendere un mutuo», scherza una ragazza. In mano ha tre tomi e qualche Topolino: «Li regalo a mio fratello per Natale».

Il ritorno dei physical media, i supporti materiali su cui ascoltare brani o vedere film e serie tv, è un fatto. Minore certo, rispetto all’utilizzo di piattaforme di streaming e servizi a pagamento, ma a ben vedere si tratta di dati non ignorabili. Secondo l’International Federation of Phonographic Industry (Ifpi), nel 2024 i ricavi fisici globali sono stati di circa 4,8 miliardi di dollari, una fetta minoritaria rispetto ai quasi 30 miliardi totali del mercato registrato. E per la Vinyl Alliance, una delle voci più autorevoli sulla compravendita di dischi, sono i ragazzi della Generazione Z la vera driving force dell’attuale popolarità del vinile, con la quota più alta di ascolto su formati fisici rispetto alle altre generazioni.
«Il fatto è che se lo compri è tuo, non c’è qualcuno che te lo sta concedendo», spiega un ragazzo. «A meno che non decida di cederlo o regalarlo a qualcuno, il disco che ho in mano rimane a me». Tra le miriadi di piattaforme di streaming, i libri digitali e le sottoscrizioni a riviste online, non ci si rende conto che quello per cui si paga in realtà sono licenze di utilizzo. «Soprattutto quando si parla di soldi: comprare vinili, libri e riviste sicuramente costa, ma lo stesso si può dire delle decine di abbonamenti da sottoscrivere per avere tutto in streaming o online». Senza contare la bufera che ha travolto molte di queste piattaforme che non pagano equamente gli artisti: «Il miglior modo per supportare l’industria musicale, cinematografica o editoriale è comprare una copia fisica, perché i proventi in molti casi vanno a chi l’ha prodotta».

C’è poi il fattore vintage, che per molti di questi ragazzi è prima di tutto una fascinazione: un mix di estetica, identità, politica dei consumi e nostalgia per un passato mai vissuto, che si intreccia con l’iper digitale in cui sono cresciuti. «Ricordo che mia madre collezionava dischi, ne avevamo un mobile pieno e la sera capitava che ne ascoltassimo uno. Credo che crescere in quell’ambiente sia stato decisivo per me». Moltissimi comprano copie fisiche dei loro media preferiti per arredare camerette o case intere: una parete piena di vinili e una libreria stracolma di libri. «Credo che i supporti fisici sono belli da avere in casa, e danno anche personalità allo spazio. Per esempio, quando ho degli amici a casa, spesso da lì iniziano le conversazioni: qualcuno che chiede di cosa si tratti o se può sfogliare una rivista», racconta una ragazza.
Per qualcuno è un investimento, per altri solo un vezzo estetico. Ma tra uno scatolone di vinili e una pila di vecchi fumetti, i ragazzi sembrano aver trovato un modo molto semplice per rallentare il tempo: scegliere cosa tenere vicino, cosa far entrare in casa e cosa lasciare sulle mensole come promemoria che non tutto deve passare per uno schermo.