«Sono certo che, rendendo la nostra presenza più concentrata e interrompendo i canali finanziari, rovesceremo la Repubblica Islamica». Le parole sono del principe Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, che da anni vive negli Stati Uniti.
L’appello, lanciato sui social in un videomessaggio in persiano, è a «scendere in piazza» sabato 10 e domenica 11 gennaio, dopo le 18, «con bandiere, immagini e simboli nazionali» e a «occupare gli spazi pubblici». Il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica del 1979 si è detto «disposto a tornare in Iran» per guidare le proteste contro il regime degli ayatollah.
Secondo il principe, i dimostranti dovrebbero «rimanere in strada» e prepararsi «a conquistare e difendere i centri cittadini».
Reza Pahlavi, 64 anni, di cui 46 trascorsi in esilio, si è proposto come una figura in grado di guidare una transizione verso la democrazia. Nelle strade di Teheran e nelle proteste in giro per il mondo, in molti inneggiano a lui come nuovo re. La sua figura resta divisiva per le immagini di repressione e corruzione evocate dalla monarchia rovesciata e per i suoi legami con la destra israeliana.
Nei giorni scorsi era stato annunciato un incontro a Mar-a-Lago tra il principe ereditario e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma giovedì 8 gennaio è stato lo stesso Trump a smentire la notizia in un’intervista al podcaster Hugh Hewitt: «Sembra una brava persona, ma non sono sicuro che sarebbe appropriato incontrarlo in questo momento come presidente».
Il presidente statunitense si è detto pronto a intervenire a sostegno della popolazione iraniana, anche se non è chiaro in che modo. Nel pomeriggio di sabato 10 gennaio, Trump ha scritto sul suo social network Truth: «L’Iran guarda alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Usa sono pronti ad aiutare».
Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero un piano per attaccare l’Iran e starebbero discutendo dei potenziali punti da cui far partire un’azione militare. Il 9 gennaio Trump aveva scritto: «Vi consiglio di non cominciare a sparare, perché spareremo anche noi».
A questo proposito, il leader supremo della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ha accusato il presidente Trump di «avere le mani macchiate del sangue degli iraniani». L’ayatollah ha giurato il 9 gennaio che «il governo non si tirerà indietro», aggiungendo che «ci sono persone il cui lavoro è solo distruggere» e accusando i manifestanti di essere «nient’altro che vandali in cerca dell’approvazione trumpiana».