«Le forze anti-sommossa fanno paura: hanno addosso equipaggiamenti pesanti, armi di ogni tipo, perfino le uniformi sembrano fatte per intimidire. Immagina di affrontarle così, a volto scoperto: ci vuole davvero tanto coraggio». S., ragazza iraniana, racconta cosa significa partecipare a una manifestazione in un paese in cui scendere in piazza non è un diritto. Migliaia sono i morti, i feriti e gli arresti. Lei ha preso parte alle proteste in Iran del 2022, quando il movimento «Donna, Vita e Libertà» si è mobilitato in risposta all’uccisione della 22enne Mahsa Amini per mano della polizia religiosa.

Da allora il regime non è cambiato, ma i manifestanti sì. «I ragazzi e le ragazze della nuova generazione che stanno protestando contro il regime degli Ayatollah sono così coraggiosi e forti». A migliaia si sono riversati nelle piazze iraniane per esprimere la propria rabbia al grido di «Morte al dittatore», «Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando» e «Free Free Iran».
La risposta del governo non si è fatta attendere: i pasdaran, le guardie della rivoluzione, hanno aperto il fuoco sulla folla. Secondo Associated Press sono più di 2500 i morti, e i numeri sembrano destinati a salire. Le autorità iraniane parlano di «processi lampo» per coloro che hanno partecipato alle proteste, che da Teheran hanno raggiunto tutto il paese. Gli attivisti avvertono che il governo potrebbe procedere a impiccagioni di massa per gli arrestati. Nel frattempo, il Presidente americano Trump afferma di essere pronto a intervenire e esorta gli iraniani a continuare a scendere in piazza.
Anche nelle località più piccole, le strade sono invase e i municipi sono in fiamme. In piazza ci sono proprio tutti: giovani e giovanissimi, ma anche le generazioni precedenti, di chi ha fatto la rivoluzione del ‘79, pastori, commercianti, donne di casa ed esponenti degli ordini religiosi: si tratta di una vera insurrezione popolare su scala nazionale. I simboli del regime vengono abbattuti. Le rivolte, le più grandi in Iran dal 2022, sono partite dai bazar di Teheran. E questa volta la ragione tocca tutti: il valore del riyal iraniano, moneta locale, ha raggiunto il minimo storico rispetto al dollaro statunitense, provocando un aumento dei prezzi insostenibile.
I numeri sono parziali e non verificabili. L’8 gennaio le proteste hanno toccato il loro apice e il governo, come da prassi, ha interrotto l’accesso a internet e le comunicazioni interne al paese, non permettendo la fuoriuscita di informazioni, video o foto, né la verifica di quanto si viene a sapere. «Il blackout evita che i manifestanti si coordinino e parlino tra loro. E poi serve a sfinirli psicologicamente: non sapere se familiari o amici siano vivi o morti è logorante», afferma Eleonora Mongelli, vice presidente della Federazione italiana per i diritti umani. «Chi vuole la libertà è in contatto costante con le diaspore fuori dall’Iran, e si danno forza a vicenda». Senza scambio di informazioni ci si sente molto più soli e isolati. L’ultima volta che in Iran il regime ha causato un blackout è stato durante le manifestazioni del novembre 2019 per l’aumento dei prezzi del carburante. In quelle proteste, secondo alcuni report, sono morte 1500 persone.

La Bbc riporta che gli ospedali della capitale non sono più in grado di gestire il flusso di feriti, soprattutto da arma da fuoco. Un video da Teheran mostra dei manifestanti portare in spalla un uomo privo di sensi e con la maglietta sporca di sangue, presumibilmente verso una struttura medica. Ma anche gli ospedali non sono un luogo sicuro: chi si presenta per farsi curare spesso viene arrestato e se ne perdono le tracce.
Al momento i manifestanti non sembrano voler tornare a casa, allo stesso tempo, fare previsioni è impossibile. «La gente era lì, nelle strade, per protestare», racconta ad Associated Press Ahmadreza Tavakoli, testimone delle manifestazioni, «ma ben presto è diventata una zona di guerra. La gente non ha armi, solo le forze di sicurezza le hanno». Nelle parole della gente una cosa è sicura: questa volta è diverso. Rispetto al 2022 si respira un’altra aria: «Un’amica mi ha chiamato e mi ha detto: S. questa volta la voglia di cambiamento la senti proprio. Tutti scendono in piazza: i giovani, la generazione che ha fatto la rivoluzione, le zie e le nonne. Ma anche gli ordini religiosi. Dopo 47 anni di Repubblica islamica, vorremmo che il nostro paese fosse solo Iran».