In Iran, da giorni ormai, il tempo non si misura più in ore ma in finestre di connessione che si aprono e si chiudono all’improvviso. È così che Niccolò Califano, ex concorrente di MasterChef, prova a restare in contatto con la sua fidanzata, bloccata nel Paese mentre le piazze continuano a riempirsi.
L’ultimo scambio tra i due arriva mentre lei è in strada con la famiglia. «C’è tantissima gente, stanno sparando, ci siamo separati», gli scrive. Racconta di essersi rifugiata in un negozio, di aver perso il padre durante una sparatoria, di averlo poi ritrovato. «Era contenta nonostante tutto. Diceva che c’era tanta gente e che aveva la sensazione che stavolta potesse essere quella buona», ricorda Califano con il tono di chi guarda un mondo a migliaia di chilometri; eppure, sente ogni fiato di rabbia che si alza nelle 881 piazze silenziate dal regime, sparse per tutte le 31 province dell’Iran.
La fidanzata di Califano ha 24 anni, è laureata in letteratura inglese e insegna. Vive nel centro-nord del Paese e partecipa da anni alle proteste contro il regime. Oggi il suo nome non può essere reso pubblico: in questo momento, essere riconosciuti significa esporsi a conseguenze potenzialmente fatali. Ha vissuto le repressioni del 2019 e del 2022 e proprio quelle esperienze hanno segnato profondamente il suo sguardo sul presente. «Nel 2019 la polizia uccideva persone e costringeva i genitori a dichiarare che i figli si erano suicidati. Oppure si nascondevano nelle ambulanze per arrestare i feriti», racconta Califano.
Da allora, il blackout digitale è diventato uno strumento centrale della repressione. Senza rete, le proteste restano invisibili, i numeri impossibili da verificare, le storie destinate a perdersi.
Per l’ex concorrente di Masterchef e la sua fidanzata, le comunicazioni interrotte non sono una novità: «Ai blackout siamo abituati, ma non sono mai durati così tanto». Nemmeno durante la guerra dei dodici giorni con Israele, la situazione era stata simile. «Almeno qualche messaggio su Telegram riusciva a mandarlo».
Oggi, però, il nemico è interno. «È più pericoloso della guerra», dice Califano. «Prima i bombardamenti erano mirati. Ora la polizia spara dove capita. Hanno ucciso una ragazza di 23 anni, colpita alle spalle». A far crescere la rabbia sono anche le parole del leader supremo Ali Khamenei, che ha definito i manifestanti “vandali”. «Pensi a quella ragazza, morta così, e senti che viene chiamata vandala. È difficile da digerire».
Dal 28 dicembre, l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste che affonda le radici nella crisi economica, nell’inflazione e nella repressione politica, ma che in pochi giorni ha assunto un carattere più ampio e radicale. Le piazze, infatti, sono popolate da studenti come da lavoratori, da giovani e adulti, tutti accomunati dalla stanchezza per la censura, la repressione e la povertà.
«La mia ragazza mi ha detto di essere scesa in strada con tutta la sua famiglia, madre, padre e sorella», racconta Califano. Una partecipazione che va oltre la protesta individuale e restituisce l’immagine di un Paese in cui far sentire la propria voce è un gesto che attraversa le generazioni. «Mi ha raccontato spesso di come gli iraniani siano un popolo in cui la politica e la storia sono intrecciate tra di loro, molto più che da noi», aggiunge.
La voce della fidanzata di Califano arriva a tratti, ma è sufficiente a restituire l’immagine di un Paese che, anche senza rete, continua a farsi sentire. Perché in Iran oggi il blackout non è solo tecnologico: è il tentativo di spegnere una memoria collettiva che, nelle piazze, resiste ancora.