C’è anche Messina, e c’è un pezzo d’Italia, nella storia di Yasin Mirzai, ingegnere iraniano di trent’anni ucciso mentre manifestava nel suo Paese. A legarlo allo Stretto è un anno di studi all’Università di Messina. Una tappa importante nel suo percorso, interrotto nella notte di venerdì scorso a Kermanshah, al confine con l’Iraq.
Yasin apparteneva a quella generazione di giovani iraniani che sceglie l’estero per formarsi, senza però voltare le spalle alle proprie radici. Dopo la laurea aveva lavorato come ingegnere civile certificato, occupandosi di cantieri e costruzioni nella sua città. Nel 2023 era arrivato in Italia come studente internazionale, trascorrendo un intero anno accademico nella città siciliana.
Riservato, determinato, molto legato alla famiglia, Yasin ragionava sul futuro come su un progetto da costruire per fasi. Nel 2025 aveva ottenuto l’ammissione all’Università di Bristol, nel Regno Unito, e aveva già pagato la retta del primo anno. In attesa dell’appuntamento in ambasciata per il visto, era rientrato temporaneamente in Iran, con l’idea di continuare a lavorare e preparare il trasferimento.
È in quei giorni che decide di partecipare alle manifestazioni. Una scelta consapevole, spiegano amici e familiari, presa nonostante i rischi. «Per lui era una scelta morale. Diceva che non poteva restare in silenzio mentre il futuro dell’Iran veniva distrutto», racconta S., un amico di lunga data che lo aveva sentito al telefono il giorno prima della sua morte. Anche lui iraniano, si conoscevano da quando avevano 12 anni. Entrambi avevano scelto l’Italia per i loro studi, in città diverse: Yasin a Messina, lui a Firenze. «L’ultimo messaggio riguardava il viaggio in Inghilterra, la nuova vita che stava per iniziare. Non avrei mai immaginato che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci avrei parlato».
Secondo quanto riferisce anche il cugino kāveh (nome di fantasia), Yasin era apertamente contrario alle politiche della Repubblica Islamica. La protesta a cui ha preso parte era pacifica, organizzata insieme ad amici e abitanti del quartiere. «Durante le proteste – racconta – le guardie della rivoluzione hanno aperto il fuoco sulla folla con armi da guerra. Yasin è stato colpito alla testa ed è morto sul colpo».
L’episodio è avvenuto la sera del 9 gennaio, intorno alle 19, nel quartiere di Dareh-Darij, a Kermanshah. In strada c’erano più di cento persone; nella stessa sparatoria sono state uccise altri quattro ragazzi, tra cui un giovane di nome Saman Nazarb.
Poco prima di uscire di casa, Yasin aveva scritto su Instagram che non poteva restare in silenzio di fronte all’uccisione di persone “colpevoli di protestare”.

La notizia della sua morte ha iniziato a circolare all’estero con difficoltà. Il blackout di internet, quella notte, non ha aiutato: i genitori di Yasin hanno scoperto della sua scomparsa ore dopo. Secondo i familiari, le autorità avrebbero cercato di prendere il controllo del corpo, come avviene spesso in casi simili. La famiglia ha cercato di opporsi in tutti i modi. «Alla fine – confessa il cugino – sono stati costretti con la forza a seppellirlo. Hanno imposto di dichiarare che Yasin era stato ucciso da persone comuni e li hanno minacciati affinché non parlassero». Ad oggi nessuna versione ufficiale dei fatti è mai stata fornita.
Intanto a Messina, nell’ateneo dove Yasin studiava, la notizia ha attraversato aule e corridoi. L’Università ha espresso il proprio cordoglio e alcuni studenti siciliani sono scesi in piazza per ricordarlo. All’ingresso dell’edificio principale è stata affissa una targa commemorativa con la sua foto.