«Felice, felice, felice che quest’incubo sia finito», è emozionata al telefono Gianna Burlò mentre ripensa al momento in cui ha potuto sentire di nuovo la voce di suo padre Mario. L’imprenditore torinese, detenuto per 14 mesi nel carcere di massima sicurezza venezuelano di El Rodeo, a Caracas, è stato rilasciato il 12 gennaio. Con lui anche il cooperante veneto Alberto Trentini. Un’operazione diplomatica complessa, condotta dal governo italiano con il coinvolgimento di Caracas, Washington e del Vaticano. «La prima cosa che gli ho detto è che mi era mancato tantissimo e che non vedevo l’ora di riabbracciarlo», racconta Gianna.

Era il novembre 2024 quando di lui si erano perse le tracce. Non sapeva ancora che il padre fosse finito nelle mani dei servizi di sicurezza venezuelani. «Avevamo capito che qualcosa non andava. Prima di partire mi aveva detto che mi avrebbe chiamata appena arrivato, ma quella telefonata non c’è mai stata». Erano seguiti mesi di silenzio e di assenza di informazioni ufficiali; circolavano soltanto voci lontane di arresti e accuse generiche di terrorismo. L’ipotesi era che il regime di Nicolás Maduro stesse usando cittadini stranieri come pedine di scambio nella partita geopolitica con Stati Uniti ed Europa. «In tutto questo tempo abbiamo fatto mille supposizioni. Sono arrivata a pensare che fosse morto», confida.
Mentre Mario Burlò è rinchiuso in cella, costretto a dormire sul pavimento, a casa si consuma un’altra forma di detenzione, fatta di attese e notti in bianco. «Non sapevamo nulla. Così, tramite l’avvocato di mio padre, Maurizio Basile, tra febbraio e marzo abbiamo contattato l’ambasciata e scoperto che era detenuto a Caracas». Le autorità italiane si erano mosse sottotraccia, vincolate alla discrezione necessaria in ogni negoziato.
In quel vuoto, Gianna cerca un varco: chiede al legale di poter inviare una lettera Oltreoceano al padre per fargli sentire la sua vicinanza. «Gli ho scritto che ci mancava e che lo salutavamo tutti. L’avvocato mi ha permesso di inserire il mio numero di telefono. In carcere gliel’hanno solo letta, ma quella riga con il numero è diventata il filo che ha ricucito il legame». E così, dopo undici mesi di silenzio, il telefono squilla. «È stata la mia prima e unica chiamata con lui prima della liberazione. Ero insieme a mio fratello. Papà era tanto emozionato. Io gli ho chiesto subito se prendesse le pastiglie per il diabete; mi ha rassicurato, l’ho sentito abbastanza bene».
Nel frattempo, la partita diplomatica si intensifica. Burlò e Trentini sono considerati detenuti politici, figure chiave in un equilibrio fragile. A Roma, il ministro degli Esteri Antonio Tajani lavora alla normalizzazione dei rapporti con Caracas partendo proprio dal caso dei due italiani. Lo spiraglio diventa concreto con l’ascesa di Delcy Rodríguez, l’ex vice del presidente Maduro: «Dal giorno in cui si è saputa la notizia del cambio al vertice, abbiamo iniziato a sperare in una riunione imminente», ricorda Gianna. «Dopo una settimana è successo davvero».
L’avviso ufficiale arriva direttamente dall’ambasciata. Poche ore dopo, la notizia si diffonde: i due carcerati italiani, Burlò e Trentini, sono liberi e a bordo di un volo di Stato dell’Aeronautica Militare diretto a Ciampino. Ad accoglierli all’aeroporto, oltre ai familiari, ci sono la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Tajani.
Per Gianna la liberazione significa tornare a respirare. Quell’abbraccio le ha restituito tutta l’attesa di questi mesi. Il primo momento di vera normalità è arrivato a Roma, nel ristorante di Piazza Mazzini in cui Burlò ha chiesto di andare appena rientrato. Una doccia e poi un pranzo a base di pesce «dopo un anno e passa di pollo e riso ne avevo bisogno», come ha ironizzato lui stesso sulla dieta forzata del carcere. Seduti al tavolo, tra una portata e l’altra, sono emersi i frammenti dell’incubo: la cella minuscola, le notti sul pavimento, gli scarafaggi.
«Adesso l’unica cosa che voglio fare è recuperare il tempo che abbiamo perso insieme», conclude Gianna. «Stare con lui, fare qualsiasi cosa desideri». I prossimi giorni saranno densi di impegni, udienze e dichiarazioni, ma la paura è finita. Quella lettera spedita in una cella di Caracas aveva tenuto aperta la speranza.