Il rumore arriva dalle aule perché il silenzio, ad Anguillara Sabazia, comune del Lazio sul lago di Bracciano, è diventato insopportabile dopo il femminicidio di Federica Torzullo, 41 anni, uccisa dal marito l’8 gennaio 2026. A Rompere la quiete è la voce degli studenti del liceo scientifico “Ignazio Vian” che leggono le parole di Gino Cecchettin, il padre di Giulia, uccisa nel 2023 da Filippo Turetta con 75 coltellate.
«Federica non è solo un nome, è il simbolo di un problema che ci riguarda tutti. Vogliamo educazione sessuo-affettiva nelle classi, basta con la violenza», afferma Francesco Faccio, rappresentante degli studenti., mentre fuori dalle aule, i cittadini di Anguillara non vogliono parlare.

Federica Torzullo era ingegnere gestionale, dirigente di Poste Italiane tra Bracciano e Fiumicino. È tornata nella sua abitazione la sera dell’8 gennaio 2026. Poi di lei non si è saputo più nulla. Le indagini hanno ricostruito il rientro in casa e l’assenza improvvisa di tracce di sangue – ripulite dal marito con la candeggina, fino al ritrovamento del corpo il 18 gennaio, in un terreno dietro alla ditta dell’uomo: Claudio Agostino Carlomagno, 41 anni.
Secondo le indagini, lui l’avrebbe uccisa con una violenza feroce: colpita più volte al collo con la benna della ruspa, quasi a spezzarglielo, poi gettata in una fossa. Per renderla irriconoscibile, il corpo sarebbe stato bruciato in parte e smembrato, poi «sepolta in un’ora», si legge negli atti. Il figlio della coppia, 10 anni, quella sera non era in casa. Era stato accompagnato a dormire dai nonni materni. Un dettaglio che oggi risulta come una condanna silenziosa e che apre interrogativi sulla premeditazione.
«Era una brava mamma», racconta una donna incontrata vicino al bar Kristall, una tavola calda in via Anguillarese frequentata da tutto il paese, in particolare dai Torzullo. «Ci vedevamo perché portavamo i figli alla scuola di inglese. Federica seguiva il suo bimbo in tutte le attività extra scolastiche, anche agli scout». C’è chi parla anche del marito. A raccontarlo è un carrozziere, originario dell’Est Europa: «Mio padre lo conosceva. Aveva una brutta considerazione di Claudio. Era strano».

Percorrendo le strade del paese, tra villette a schiera con giardino e persiane abbassate, c’è Enrica, una vicina dei genitori del presunto assassino. «Sono sempre gli uomini a farci del male», ribadisce la donna: «Qui il dolore non è nuovo. Ad Anguillara nessuno ha dimenticato Federica Mangiapelo, uccisa a 16 anni sulle rive del lago nel 2012. Ogni 31 ottobre vado a messa per lei».
Gli abitanti cercano di dare così un senso a quanto accaduto. Tra questi c’è Irene, 19 anni, studentessa universitaria: «Abbiamo visto le strade sbarrate dalla polizia, che cercava ancora Federica», dice. «Era tutto fermo, ma allo stesso tempo si sentiva che stava succedendo qualcosa di enorme».
La voce si abbassa quando parla della reazione della comunità di Anguillara. «La cosa che mi ha colpito di più è stata la tristezza», racconta. «Non una tristezza urlata, ma rassegnata. Era nella voce di chiunque ne parlasse. Ed è proprio questo che fa più paura». Per Irene non ci sono dubbi su come chiamare ciò che è accaduto. «Quello che è successo a Federica è femminicidio», dice. «È odio verso una donna, verso una persona, verso una vita». Poi allarga lo sguardo: «Per questo credo che la sensibilizzazione sia fondamentale, soprattutto per chi ha un impatto sugli studenti. Non basta intervenire dopo, quando tutto è già stato distrutto. Bisogna agire prima, cambiare il modo in cui si parla di relazioni, di amore, di possesso».