È diventato virale il video di Khing Hnin Wai, attrice ed istruttrice di fitness birmana. Senza rendersene conto, mentre registrava una delle sue lezioni di aerobica nella piazza del Parlamento di Naypyidaw, la capitale, immortalò l’inizio del colpo di Stato. Alle sue spalle veicoli militari e mezzi blindati avanzavano silenziosi, mentre la giovane continuava ad allenarsi ignara di quanto stesse accadendo.

Da quando l’esercito nazionale, il Tatmadaw, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha rovesciato nel febbraio 2021 il governo della Nld (National League for Democracy) e arrestato la sua leader Aung San Suu Kyi, il Paese è rimasto privo di una reale rappresentanza politica. La guerra civile che ne è scaturita vede tuttora contrapposte la giunta militare e le milizie ad essa affiliate alle Pdf (People’s Defence Forces), movimenti di resistenza armata nati in risposta al colpo di Stato.
In un clima di guerriglia e instabilità si tengono in queste settimane le prime elezioni nazionali dall’ascesa del generale Hlaing al ruolo di primo ministro. Articolata in tre fasi – 28 dicembre 2025, 11 e 25 gennaio 2026 – la consultazione si svolge in un contesto segnato da violenze diffuse e dal controllo capillare dell’esercito. Il voto è chiamato a rinnovare entrambi i rami della Pyidaungsu Hluttaw, il parlamento bicamerale o “Assemblea dell’Unione”, composta da 664 membri, di cui un quarto nominati direttamente dal Tatmadaw. La giunta controlla di fatto l’intero processo elettorale e ne limita drasticamente il pluralismo: la Nld e altri partiti di opposizione sono stati sciolti o esclusi dal registrarsi. L’Usdp (Union Solidarity and Development Party), espressione diretta dell’apparato militare, emerge così come principale attore politico in campo.
Il voto è stato fin da subito giudicato una farsa dalla comunità internazionale. L’8 gennaio il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Myanmar, lo statunitense Tom Andrews, ha definito le elezioni un «teatro dell’assurdo», un «esercizio propagandistico per legittimare una giunta repressiva». Sul fronte europeo Kajsa Ollongren, rappresentante speciale dell’Unione Europea per i diritti umani ed ex ministra della Difesa dei Paesi Bassi, ha dichiarato che «le condizioni necessarie per elezioni libere ed eque non sono state soddisfatte» e che la consultazione non è in grado di produrre un «risultato credibile». Più prudente invece la posizione degli Stati dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), divisi tra prese di distanza simboliche – come la decisione di negare al Myanmar la presidenza di turno dell’organizzazione – e un approccio pragmatico che mantiene aperti i canali diplomatici ed evita l’invio di osservatori elettorali.
Sul versante italiano Matteo Giusti, giornalista e firma di riviste quali Limes e Domino, intervistato da Zeta, ha dato un suo giudizio sulle elezioni. Il loro scopo non è altro che «giustificare la giunta al governo». «Tutti i candidati sono rappresentanti dell’esercito», con il compito esplicito di raffigurare il passaggio «da una dittatura militare ad un governo civile». La leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi «rimane, pur con i suoi molti difetti, l’unica scelta possibile» di un contrasto politico e non solo militare alla giunta. «Le tribù hanno scelto la violenza» e la lotta non armata dei monaci buddisti «non ha avuto successo», ha aggiunto.
Rimane l’incognita Cina. «Ha sempre fatto buoni affari con la giunta, ma dal 2024 stanno diminuendo. Sta diventando “scomoda” per il governo cinese». L’unica che «continua ad avere stretti rapporti con la giunta è la Russia», conclude Giusti.
La transizione democratica in Myanmar resta dunque lontana. Queste elezioni appaiono piuttosto come un tentativo di restituire un’immagine di normalità istituzionale ad un Paese in cui la politica è da sempre il terreno di scontro tra forze interne ed esterne, impegnate non a costruire consenso, ma a consolidare la propria legittimità e ad affossare quella degli avversari.