«Guardare alle esperienze del passato è fondamentale, non perché ci dà risposte sul presente, ma perché ci permette di conoscerlo meglio». Riccardo Sessa, diplomatico italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale, sostiene che la diplomazia non sia mai stata così necessaria – e allo stesso tempo così poco ascoltata – nello scacchiere internazionale contemporaneo. Teheran, dove ha vissuto e lavorato come ambasciatore dal 2000 al 2003, è oggi il luogo perfetto per osservarlo: capitale delle proteste antigovernative e della repressione violenta dello Stato.
«Mi hanno dato sei giorni per arrivare in Iran da Belgrado, dove ero rimasto nonostante i bombardamenti della Nato. Sbarco a Teheran in un momento felicissimo per la comunità internazionale. Aveva appena vinto le elezioni un partito riformista guidato da un uomo di grande cultura: Khātami». Studioso di Dante e della letteratura italiana e tedesca, poliglotta, veniva presentato dai media internazionali come un capo illuminato, «un Gorbačëv iraniano».
Ma l’impressione occidentale era molto lontana dalla realtà. Diplomatici e giornalisti hanno lo stesso obbligo: verificare le fonti. «Guardando la Costituzione iraniana mi sono accorto che Khātami, in realtà, aveva poteri molto limitati», perché tutto era nelle mani della Guida Suprema Khamenei che allora come ora non intrattiene rapporti con i paesi occidentali e con i loro ambasciatori.

Già allora la repressione era capillare ed efficace. «Innanzitutto l’attività dei servizi segreti. Poi i pasdaran, la rete della Basij, la forza paramilitare che controllava tutto». All’epoca Teheran era una capitale diversa, al punto tale che Sessa ricorda un detto degli anziani iraniani: «Ci divertivamo in pubblico e pregavamo in privato. Adesso ci costringono a pregare in pubblico e a divertirci in privato». La situazione oggi è drammatica. Già dal 2022, durante le proteste del movimento Donna, Vita, Libertà a seguito dell’uccisione di Mahsa Amini per mano della polizia religiosa, la repressione governativa si era intensificata. Le poche immagini che in questi giorni arrivano dall’Iran raccontano di un paese in rivolta. Nonostante il blocco di internet foto, video e post hanno mostrato al mondo le dimensioni della tragedia. Da Londra a Roma, da Milano a Sydney a da New York si sono moltiplicate le manifestazioni di solidarietà. Sessa a malincuore spegne gli entusiasmi: «Sembrerò freddo ma, nonostante il numero elevato di manifestanti, come si fa a sostenere una minoranza che non crescerà mai per diventare maggioranza?».
In Iran non c’è un fronte unico che si oppone al regime: neanche il ritorno alla monarchia sembra un’alternativa credibile. L’ultimo scià, Mohammad Reza Pahlavi, fu deposto nel 1979 e lasciò Teheran per rifugiarsi all’estero. Durante le proteste antigovernative hanno risuonato slogan a favore di Ciro Pahlavi, il figlio di Mohammed, che oggi risiede negli Stati Uniti e si propone come futuro leader del paese. Il consenso intorno alla sua figura non è però unanime, e non sembra al momento esserci qualcuno in grado di guidare una transizione politica. «Oggi non c’è un’opposizione formale, istituzionalizzata, se non a Los Angeles, New York, Washington. Ma si tratta perlopiù di persone ricche che hanno lasciato il paese dopo la rivoluzione khomeinista e hanno trasferito tutte le proprie fortune all’estero. Non hanno quindi più legami con la società Iraniana».

Per Sessa l’unica opzione per un regime change è una saldatura tra componenti economiche, culturali, militari e politiche, che oggi purtroppo non c’è. Neanche un intervento dall’esterno, come avvenuto con Maduro in Venezuela, sembra possibile in Iran: «Al di là dei limiti geografici, il regime di Teheran ha una struttura difficilmente permeabile. I pasdaran, i guardiani della rivoluzione, hanno un loro esercito, una loro aviazione e una loro marina».
In un momento in cui la diplomazia è necessaria, pochi la usano. «Oggi la categoria dei diplomatici è caduta in disgrazia, perché ci si è accorti che chiunque può negoziare». In uno scenario così complesso, gli esperti di diritto internazionale e i diplomatici che conoscono i sistemi dall’interno sono indispensabili: tra i pochissimi in grado di leggere un potere chiuso, iper‑controllato e opaco come quello iraniano, dove quasi nulla è come appare dall’esterno.