C come complimenti al Comune di Roma. A un mese dall’inaugurazione del 16 dicembre 2025, la nuova fermata museo della Metro C di Colosseo convince tutti: turisti, dipendenti, cittadini. Pareti che si colorano d’oro, maschere, anfore e addirittura la ricostruzione di una sauna, dove un tempo sorgeva la casa dell’imperatore Nerone. Se il tabellone luminoso segna dieci minuti di attesa per il prossimo treno in direzione Pantano, qui nessuno si lamenta.
Sono oltre settecentomila, come riporta il Campidoglio, i visitatori che hanno scelto di ammirare il museo sotterraneo. «La stazione precedente non era invitante, non ispirava per niente fiducia», commenta un giovane studente romano. «Ora c’è molto più ordine. Sono sorpreso in positivo da questo nuovo aspetto. Sono riusciti a creare un connubio perfetto tra modernità e tradizione, valorizzando la storia di Roma attraverso i capitelli, i pozzi e gli altri ritrovamenti che hanno scelto di esporre».

«Non ci aspettavamo un’organizzazione così efficiente, in particolare se pensiamo a quanto sia trasandata la Linea B», l’opinione di una coppia di ragazzi appena scesi sulla banchina. «È un’esperienza innovativa per Roma, ne parlavano tutti e abbiamo deciso di venire qui perché eravamo curiosi di vederla». L’archeo stazione, la prima nel suo genere nella Capitale insieme a quella di Porta Metronia, nasce dal progetto di un gruppo di lavoro dell’Università La Sapienza di Roma, sotto la guida dei professori Andrea Grimaldi e Filippo Lambertucci. «Mi chiedo quanto ancora ci fosse lì sotto che non è stato portato alla luce», si interroga un passante.
Senza togliere gli occhi dal Colosseo, che fa la sua apparizione al termine delle scale mobili, una turista spagnola non nasconde «l’emozione che dà essere circondati da tanta cultura, da tanta bellezza». L’importante è non distrarsi troppo. «Peccato che si debba stare sempre attenti ai borseggiatori qui», aggiunge ridendo.
Tra le pareti in travertino della stazione, le dita dei turisti sfiorano il vetro delle teche che custodiscono i reperti romani. L’impatto visivo del museo ipogeo funziona, ma basta alzare lo sguardo verso i profili dei soffitti o provare a inviare un messaggio per scontrarsi con i limiti tecnici della struttura: il segnale telefonico è inesistente e le piogge di dicembre hanno già causato infiltrazioni d’acqua proprio sopra le aree di transito.

«Lavoro qui da prima dell’apertura. All’inizio sembrava un centro commerciale, era tutto pulito dopo mesi di polvere», racconta un addetto di Italpol. «Poi però è piovuto dentro, proprio sotto a una rampa della scala mobile che porta in banchina. Non ha creato troppo disagio ai turisti, ma da una stazione costata qualche centinaio di milioni ci si aspettava altro». L’afflusso non è quello dei pendolari delle cinque di mattina come ad Anagnina. «Qui la folla arriva verso le nove, specialmente con il bel tempo. A volte tra colleghi non riusciamo neanche a vederci da una parte all’altra», ammette l’operatore parlando della gestione della folla nell’atrio.
Sulla sicurezza, il personale della sorveglianza solleva dubbi precisi: «Prima di Capodanno una persona si è fatta male e l’ambulanza ha faticato a trasportarla con la barella. Sarebbe stato meglio mettere un tapis roulant o un montacarichi. Qualcosa si poteva inventare». Poco distante, un operatore Atac osserva lo scambio con la Linea B. «Il servizio regge, molti lo usano anche se tanti entrano solo per il museo», spiega. Minimizza i problemi idrici segnalati nelle prime settimane: «Le infiltrazioni erano legate agli scarichi dei bagni. Mi risulta siano state risolte, vedremo alla prossima pioggia. Se fosse stato un danno strutturale, avrebbero dovuto chiudere la stazione».
La sfida resta questa: dimostrare che la grandezza architettonica può convivere con l’efficienza di un’infrastruttura moderna, superando le pozzanghere impreviste e l’isolamento digitale che hanno segnato il suo primo mese di vita.