Esclusiva

Gennaio 26 2026
Groenlandia, AI e Data Center nei piani di conquista di Trump

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nelle mire del presidente Usa che vuole le terre rare per le aziende tech americane

La Groenlandia è fredda, vuota e sta scomparendo. Trump la vuole per questo.

Può sembrare un paradosso, ma non è così: lo scioglimento dei ghiacci sta trasformando l’isola in uno snodo strategico sotto diversi punti di vista. Le rotte marittime che si aprirebbero con il ritiro della calotta polare modificherebbero gli equilibri del commercio globale, mentre sotto i ghiacci che arretrano, emergono ricchezze finora inaccessibili.

Riserve di gas naturale, petrolio e terre rare: elementi essenziali per l’economia tech, indispensabili per la produzione di microchip, batterie e per l’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale. In un settore che corre verso modelli sempre più potenti e affamati di risorse, assicurarsi l’accesso a questi materiali significa garantirsi un vantaggio strategico difficilmente colmabile. È il punto di incontro tra crisi climatica e competizione geopolitica: una versione moderna della corsa all’oro dove Trump non ha intenzione di guardare la Cina da dietro ancora a lungo.

Per gli Stati Uniti la Groenlandia rappresenta un’opportunità anche per questioni di politica interna. E anche in questo caso entra in gioco l’Intelligenza Artificiale. I software di AI non si nutrono solo dei minerali citati prima. Si nutrono di dati. E i dati vivono nei data center: enormi cattedrali digitali che consumano quantità crescenti di energia, acqua e denaro. Strutture indispensabili per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale, ma sempre più al centro di tensioni economiche e sociali. Ogni nuovo data center richiede un accesso costante a elettricità, grandi volumi d’acqua per il raffreddamento e infrastrutture stabili per garantire continuità operativa.

Un fabbisogno che entra in conflitto con le esigenze delle comunità locali, soprattutto negli Stati del Sud e dell’Ovest, dove la crescita di questi impianti coincide con siccità, ondate di calore e innalzamenti del costo dell’energia per i cittadini. Non a caso, i data center sono diventati bersaglio di proteste, restrizioni amministrative e revisioni dei piani urbanistici.

Gli enormi introiti relativi ai software di AI hanno portato Big Tech come Meta, Microsoft, Nvidia, Google a investire enormi capitali nella costruzione di data center più capienti, cercando in parallelo di attutire il più possibile i costi di raffreddamento. Se per fare ciò la Cina sta cercando di piazzare i propri data center in fondo al mare, le società occidentali hanno optato per una soluzione più diretta: andare a nord.

Groenlandia, AI e Data Center nei piani di conquista di Trump
Variazione di massa totale della calotta glaciale della Groenlandia tra il 2004 e il 2024, determinata dai dati satellitari GRACE e GRACE–FO. Credit: NOAA.

Meta ha costruito uno dei suoi principali data center europei a Luleå, nel nord della Svezia, sfruttando temperature rigide e accesso a energia idroelettrica. Google opera da tempo a Hamina, in Finlandia, dove il raffreddamento avviene in parte con acqua marina e aria fredda, mentre Microsoft ha investito decine di miliardi di euro per strutture tra Svezia e Norvegia. Ancora più esplicito è il caso dell’Islanda, diventata un hub naturale per i data center grazie al clima artico e all’energia geotermica: qui operano infrastrutture utilizzate da grandi aziende tecnologiche e centri di calcolo avanzato.

Il problema dei data center per le big tech ormai è strutturale: costano sempre di più, consumano risorse sempre più limitate e alimentano conflitti con territori e comunità locali. In un sistema tecno-feudale dove potere economico e potere politico si intrecciano, ciò che rappresenta un problema per chi è a capo di queste aziende finisce inevitabilmente per esserlo anche per chi governa.

È anche in questa chiave che può essere letto l’interesse di Trump per la Groenlandia: non solo riserva di materie prime o avamposto geopolitico, ma spazio freddo, marginale e scarsamente abitato in cui spostare una parte dell’infrastruttura fisica del potere digitale americano. Un luogo lontano, apparentemente vuoto, su cui far pesare un futuro che altrove sta diventando sempre più insostenibile.