Esclusiva

Gennaio 26 2026
La piazza senza edicola: vent’anni di storie e giornali

Si abbassa la saracinesca dopo decenni di attività familiare, era un servizio pubblico per il quartiere

Alle sei del pomeriggio la luce di piazza Vescovio a Roma cade di traverso sul chiosco chiuso. Da diciotto giorni l’edicola non apre più, eppure le persone continuano a fermarsi. Dagli abitanti del quartiere vengono saluti e incoraggiamenti diretti a Carla Foffi, 73 anni, che è stata dietro quel bancone per vent’anni. Prima di lei, suo padre. Prima ancora, suo nonno, che nel 1946 prese la licenza pensando a un figlio tornato dalla prigionia in Germania. «All’epoca qui c’erano dei prati, era periferia», racconta. Oggi è il cuore del Quartiere Africano, una piazza attraversata da professionisti, famiglie, anziani. Carla e suo marito Leonardo Possidoni, ingegnere ferroviario in pensione, hanno deciso di fermarsi. Non per debiti, non per mancanza di clienti. «Chiudiamo in attivo», ripete. Chiudono per stanchezza, per godersi una meritata pensione.

Alle cinque e un quarto del mattino la luce dell’edicola si accendeva. Restava accesa fino a sera. Una presenza continua, dice Carla, «anche di sicurezza». Durante il Covid non hanno mai smesso, erano un’attività essenziale, distribuivano materiali per il comune e prodotti senza guadagno: «Eravamo di fatto un servizio pubblico per il quartiere». Per due anni hanno rilasciato certificati anagrafici. Poi il servizio è stato tolto. «Ancora oggi c’è chi viene a cercarli, ma non possiamo più farli perché il Ministero dell’Interno ha tolto questo servizio alle edicole». Restano i ricordi: i quotidiani impilati all’alba frusciano sotto le mani di Carla, l’odore della carta fresca che sale come una scia nei corridoi della piazza, le riviste di nicchia richieste e fatte arrivare, i libri allegati ai giornali.

La piazza senza edicola: vent’anni di storie e giornali
Carla Foffi e Leonardo Possidoni davanti all’edicola, in Piazza Vescovio a Roma

Don Stefano, sacerdote della parrocchia di quartiere, parla di «un punto di riferimento che dava tono alla piazza». Passava spesso, chiedeva titoli particolari, osservava la fila. «Vedevo persone fermarsi, parlare, scambiarsi due parole. È un impoverimento culturale», dice. Poco più in là, al bar aperto dal 1956, Marco — il proprietario — ricorda le domeniche degli anni Novanta. «File di bambini con i nonni. Giornali, figurine, riviste». L’edicola era parte del quotidiano.

La piazza senza edicola è più silenziosa. Il rumore dei passi e dei motorini percorre l’asfalto, ma manca quel sottofondo costante dei clienti che si fermano a comprare il giornale o a scambiare due parole. Carla e Leonardo hanno lanciato un appello: qualcuno si faccia avanti. «Siamo contenti dell’interesse mediatico che si è creato, ci ha stupito. Speriamo che serva a smuovere qualcosa. Luoghi come le edicole, come i vecchi cinema, dovrebbero essere preservati: sono memoria storica», spiega Carla osservando la serranda abbassata, sperando che qualche giovane si faccia avanti per acquisire l’attività. D’altra parte non nasconde i problemi e l’incertezza: «È un lavoro faticoso e oggi pieno di paletti: le normative, il nuovo codice della strada. Anche una piccola impresa come questa, per andare avanti, richiede soldi da tenere fermi, investimenti sulle distribuzioni. Chi è che investe anche solo mille euro se dopo sei mesi tutto può essere rimesso in discussione?»

Negli ultimi giorni sono arrivati fiori, regali, biglietti. C’è chi ha pianto. Clienti storici, molti sopra i cinquant’anni, quelli che ogni mattina compravano “una mazzetta” di giornali. «Questa piazza senza l’edicola è un vuoto».

Una speranza, però, arriva proprio dall’appello che circola nell’ambiente. In sella a un vecchio scooter arriva un uomo che conosce bene la zona: «Passo spesso qui, mi fermavo a prendere il giornale», racconta. Ha uno studio e un bar nelle vicinanze, legge quotidiani e riviste, e confessa: «A me il giornale piace davvero, è parte della mia vita». Si dice interessato a rilevare l’edicola, per mantenerla in vita e per offrire un servizio alla comunità: «Non è solo il giornale, ci sono tante cose attorno, piccoli gesti che fanno la differenza nella vita delle persone». Vorrebbe ridarle quell’anima di punto d’incontro che Carla e Leonardo hanno costruito per decenni, pensando ai clienti che ancora oggi si fermano sperando di trovare qualcuno dietro al bancone che possa regalare un sorriso o due chiacchiere.