Esclusiva

Gennaio 26 2026
L’algospeak, i social stanno cambiando il modo di parlare

Nuove espressioni nascono per sfuggire agli algoritmi e finiscono per entrare nel linguaggio quotidiano

I nati nel Duemila, definiti “Doppiozero” da Repubblica nel 1999, si salutavano con un «come butta?». Nei Paesi anglofoni termini come gnarly descrivevano esperienze estreme o fuori dall’ordinario. Con l’avvento di TikTok, il linguaggio sta subendo un’ulteriore accelerazione: a cambiare non è solo il lessico, ma anche il modo di comunicare, sempre più modellato dalle rigide policy delle piattaforme digitali. 

«Gli algoritmi sono agenti di mutamento linguistico che entrano in una dimensione dialettica in cui gli utenti non sono passivi. Riproducono le richieste dell’algoritmo, ma possono provare ad aggirarlo, a adattare il linguaggio», spiega Marco Bruno, professore di Sociologia della comunicazione all’Università La Sapienza di Roma, sottolineando la connessione sempre più stretta tra nuove tecnologie e pratiche comunicative.

L’influenza dei social media sulla lingua è visibile soprattutto negli Stati Uniti d’America. Parole come “suicide” vengono spesso oscurate o penalizzate dagli algoritmi, spingendo gli utenti a cercare alternative lessicali. In questo caso una delle più diffuse è “unalive”, termine utilizzato per aggirare i filtri automatici che limitano o rimuovono contenuti giudicati sensibili, come quelli legati alla salute mentale. Questa strategia linguistica rientra in un fenomeno più ampio noto come algospeak: un linguaggio modellato dai sistemi di raccomandazione e moderazione delle piattaforme digitali. «L’utente adatta il suo modo di parlare e entra in una dinamica dialettica con l’ambiente social che finisce per normalizzare l’uso – o il non uso – di determinati termini», continua Bruno.

Gli algoritmi non solo influenzano cosa vediamo nelle nostre timeline, ma guidano la creazione di nuovi modi di parlare, incentivando forme di linguaggio che consentono agli utenti di essere compresi senza incorrere in penalizzazioni o rimozioni. 

A scatenare un importante dibattito è stata la scelta del Museum of Pop Culture di Seattle che ha utilizzato la frase “Kurt Cobain unalived himself at 27” per una didascalia dedicata ai Nirvana. Accanto alla frase era presente anche un cartello esplicativo: il curatore motivava la scelta come un gesto di rispetto verso chi ha perso la vita a causa di problemi di salute mentale e come un’occasione per stimolare una riflessione sul linguaggio dei social media. Dopo le critiche, alcune immagini diffuse online hanno mostrano che il testo era stato modificato in “died by suicide” (“morto per suicidio”).

L’algospeak, i social stanno cambiando il modo di parlare

Il fenomeno non riguarda solo eufemismi o slang momentanei: molti termini nati su piattaforme come TikTok, Reddit o Instagram diventano parte di un vocabolario condiviso a livello globale, diffondendosi nel giro di giorni o settimane. Un ritmo molto più veloce rispetto alle dinamiche tradizionali di evoluzione linguistica. 

La rapidità con cui certe parole diventano popolari può disorientare e generare ansia culturale. «Il contesto d’uso dei social media è fortemente influenzato dal collasso dei contesti e dalle caratteristiche dell’ambiente digitale, in cui l’algoritmo tende a premiare o punire determinati comportamenti», osserva Bruno. La “context collapse” si verifica quando un’espressione pensata per un pubblico specifico viene assorbita da un’audience molto più ampia e diversificata. In questo processo, parole nate in comunità particolari – come “slay” (espressione di approvazione) “serve” (complimento usato nei confronti di qualcuno che ha un bell’aspetto), provenienti dalla cultura ballroom afroamericana – rischiano di perdere il loro significato originario quando vengono reinterpretate e ridistribuite dagli algoritmi a utenti con background completamente diversi. 

Si tratta di linguaggi che nascono i un contesto di una lingua nazionale, ma acquisiscono subito una dimensione trasversale. «In Italia, ad esempio, quando si parla di linguaggio di genere si fa spesso riferimento al dibattito statunitense sui pronomi», spiega Bruno. «In inglese la questione riguarda principalmente i pronomi, mentre in italiano coinvolge soprattutto le desinenze. Eppure, anche nel nostro contesto si tende a parlare genericamente di pronomi». Sono dinamiche di transazionalismo e trasversalità linguistica che mostrano come il linguaggio dei social superi i confini delle singole lingue.

In questo nuovo ecosistema digitale, lingua, meme e metadati finiscono per sovrapporsi. Non sono più solo i parlanti a dare forma al linguaggio, ma anche i sistemi automatici che filtrano, promuovono o reprimono messaggi in base a criteri opachi e commerciali. Il risultato è un vocabolario in continua evoluzione, modellato non solo dalla creatività degli utenti, ma anche dalle logiche interne delle piattaforme. Il dialogo tra tecnologia e linguaggio, quindi, non è più un fenomeno di nicchia, ma una realtà culturale globale.