Il colpo secco della martellina sul ferro. Il frammento si spezza e cade sul banco. È così che Fabio Bordi, 48 anni, mosaicista, taglia una tessera. «È la stessa tecnica usata nel IV secolo avanti Cristo», spiega. La sua bottega, in via di Panico, a pochi passi da piazza Navona, è una di quelle che resistono nel centro di Roma.
«Persino Angelina Jolie è passata di qui», racconta Bordi sorridendo. «Tengo corsi e workshop e ad uno di questi ha partecipato anche lei». Sulle pareti, i mosaici sembrano guardarsi tra loro. Ci sono opere religiose, motivi della tradizione romana, monumenti della città. Accanto, immagini più moderne: la Terra vista dallo spazio, uno skater sospeso in aria tratto da un’opera dello street artist JBROCK, il celebre tackle del 2014 del romanista Daniele De Rossi sullo juventino Giorgio Chiellini. Alcuni lavori nascono come ricerca personale, altri su commissione. «I miei clienti sono soprattutto aziende, parrocchie, stilisti, ma anche persone del posto o turisti che si innamorano di un mosaico visto in un museo e mi chiedono di replicarlo».
Sul tavolo da lavoro, segnato dall’uso, c’è l’immagine della Medusa di Caravaggio, destinata a diventare uno dei suoi prossimi mosaici. Intorno, tessere di ogni forma e colore, ritagli di giornale, colla, strumenti. Bordi racconta di essere arrivato a questo mestiere quasi per caso. «Vent’anni fa passeggiavo in centro e ho visto su una vetrina la scritta “corso di mosaico”». I suoi studi in elettronica non lo soddisfacevano. «Ho cercato un’altra strada e, per caso, è diventato un lavoro». Dopo il corso, un apprendistato lungo sei anni accanto a un maestro. «A Roma non c’era una scuola ufficiale: si impara direttamente dalle persone, come si faceva in antichità».
Nel 2010 apre la bottega. Nel frattempo, il centro storico cambia. «Prima era un quartiere vissuto. Poi, con i voli low cost e le case vacanza, è cambiato tutto». I residenti diminuiscono, molte attività chiudono. «È un momento di passaggio», dice. «E per continuare a fare questo lavoro serve determinazione».

Negli ultimi cinque anni a Roma hanno chiuso oltre 14.500 attività commerciali tra artigiani, botteghe tradizionali e piccoli negozi di quartiere. Nel solo 2025 hanno cessato l’attività circa 300 imprese. Nel centro storico, tra il 2019 e il 2024, sono scomparse più di 400 laboratori.
Fare l’artigiano oggi può essere una scelta rischiosa, ma Bordi non teme i cambiamenti tecnologici. «Siamo in pochi a fare questo mestiere. Per questo non ho paura dell’intelligenza artificiale: finché il sapere è raro, il lavoro c’è». Non è un lavoro con uno stipendio fisso: «Non sai mai quanto guadagni a fine mese. All’inizio devi investire su te stesso, ma dopo vent’anni la clientela si costruisce». Ai giovani consiglia di non replicare modelli del passato. «Sconsiglio di fare l’artigiano come quarant’anni fa, chiuso nel negozio e parlando solo italiano». Il mercato è internazionale, servono le lingue, serve aprirsi. Anche il web è uno strumento di lavoro. Durante la pandemia, quando le strade erano vuote e i negozi chiusi, «grazie al sito ho ricevuto commissioni e ho potuto lavorare».
Alla domanda se abbia mai pensato di cambiare mestiere, Fabio risponde senza esitazione: «No, amo il mio lavoro». E aggiunge: «La cosa bella di ciò che faccio è che ne vedi l’avanzamento. Hai sotto gli occhi il passaggio del tempo».
C’è anche quella di Fabio Bordi tra le botteghe raccontate da Alessandro Rosi, giornalista de Il Messaggero e autore del libro Segreti artigiani – Passeggiate tra le botteghe di Roma (Gagio Edizioni): una guida tra vecchie e nuove attività, nata per raccontare come si impara un mestiere e cosa significa portarlo avanti oggi. Per questo l’edizione è bilingue. «È un Made in Rome: qualcosa che è davvero unico, che si può trovare solo a Roma e che ci rende riconoscibili anche nel resto del mondo».
Raccontare l’artigianato romano è un modo per porre l’attenzione su un tema di cui pochi parlano: «Si rischia di perdere l’identità» – spiega Rosi – «Stanno chiudendo molti esercizi storici a pochi passi dai luoghi simbolo, come la macelleria Annibale in zona piazza del Popolo: quando spariscono realtà così, il problema non è solo economico».

Per Rosi il nodo è far convivere tradizione e innovazione. «L’intelligenza artificiale non va vista né come un demone né come un incubo». Nel libro racconta l’esperienza dell’incisore romano Otello Santucci, che utilizza stampanti 3D e strumenti digitali per preparare modelli di lavoro. «L’AI può essere uno strumento di supporto, un aiuto per migliorare il lavoro o abbattere i costi».
Le botteghe romane sono un vero patrimonio riconosciuto anche a livello internazionale. «Nel libro racconto di un maestro di un maestro cioccolatiere che conserva ancora le bomboniere del matrimonio dell’ultimo re d’Italia, ma anche dei cesellatori Mortet, che hanno realizzato repliche della Coppa del Mondo per grandi calciatori «talmente perfette da essere considerate migliori dell’originale», e storie curiose come quella del calzolaio dei Papi, Antonio Regliano, artigiano peruviano arrivato a Roma e diventato nel tempo un punto di riferimento del Vaticano».
Ma non tutto è perduto: «Ci sono nuovi artigiani che portano avanti questi saperi», dice Rosi. Molti di loro non lavorano più nel centro storico, si spostano nell’interland o costruiscono una clientela attraverso i social, come una giovane artista formata alla scuola Bulgari che è riuscita ad avviare da sola la propria attività. Esistono misure per aiutare chi sceglie la strada dell’artigianato, ma le difficoltà restano: trovare gli spazi, sostenere i costi, avviare un’attività senza una bottega ereditata, è sempre più difficile.

