Esclusiva

Gennaio 26 2026
Per i necroturisti i cimiteri sono musei a cielo aperto

Una passeggiata dentro il Verano di Roma: non solo uno spazio cupo ma anche un luogo di bellezza

Il silenzio del Cimitero monumentale del Verano non è vuoto, ma abitato: fruscii tra gli aghi dei cipressi, passi che rallentano senza rendersene conto, uccelli che entrano ed escono dai nidi nascosti tra le cappelle votive. I viali sono larghi, ombreggiati da cipressi mediterranei, palme e oleandri, pensati più come passeggiate che come corridoi funebri. Prima ancora della pietra, colpisce la vita che continua. Un ecosistema urbano in cui natura e architettura convivono. Un luogo che si estende per ottantatre ettari, rendendolo il secondo cimitero più grande di Roma e d’Italia. Precisamente nel quartiere Tiburtino accanto alla basilica di San Lorenzo fuori le mura.

Non è solo uno spazio cupo, un’ombra che parla di assenza e di fine, ma anche un luogo di bellezza imperfetta e malinconica: come l’abbraccio tra Romano e Jep sotto la pioggia ne La Grande Bellezza, entrambi innamorati della stessa donna ormai scomparsa, che vanno a trovarla al cimitero, condividendo un lutto che li unisce più di quanto li abbia mai divisi; o come il passaggio delle suore che osservano il quadriportico mentre Noyz Narcos dipinge l’immaginario cupo e urbano di Verano Zombie, canzone singolo dell’omonimo disco, il cui videoclip è stato realizzato proprio al Verano.

Camminando, qualcosa resta addosso. Non è tristezza né paura, ma una forma di apprendimento silenzioso. Il necroturismo nasce da qui: non dal gusto per il macabro, bensì dal desiderio di conoscere una città da un’angolazione diversa.

A orientare i visitatori sono soprattutto le persone.

Nina passa spesso di qui e il Verano lo conosce a memoria. Capisce subito chi è nuovo: chi gira in tondo, chi guarda la cartina come se fosse una pianta stradale. «Quelli famosi li cercano tutti», racconta. «Sordi, Bud Spencer, Gassman. Entrano e chiedono subito di loro». Le tombe diventano punti di riferimento, quasi incroci urbani. «Andreotti sta più avanti, è la lapide co’ la gobba, non te poi sbajà», dice ridendo. «Poi dietro ce sta  Sandra Milo. I comunisti invece li hanno messi tutti in cerchio in fondo,  dove sta Nilde Iotti. Ar tempietto egizio, invece, c’è l’amante di Mussolini».

Indica le direzioni con naturalezza, come se stesse aiutando un turista perso in centro. Racconta che le zone cambiano molto, soprattutto sul lato che dà su via Tiburtina: «Qua sopra è più arioso, c’è spazio, ci stanno gli alberi. De sotto invece è tutta un’altra storia, più stretto, più pesante». Uno spazio che va conosciuto per livelli. Non è tutto uguale, dipende dalla prospettiva da cui si guarda.

Ci sono anche storie che non finiscono sulle guide. Nina le accenna senza enfasi: persone che per un periodo hanno dormito accanto alle lapidi, qualcuno che si era sistemato nei colombari con un materasso e delle padelle. «Succede», dice semplicemente. Anche questo fa parte del paesaggio umano del cimitero, che non è solo luogo di commemorazione ma spazio attraversato e, a volte, abitato.

A raccontare il Verano come luogo vivo è stato anche Aurelio Picca. Nel libro Roma mia, non morirò più lo descrive come un parco urbano della memoria, impossibile da visitare in un solo giorno. «È grande come un quartiere, e come un quartiere va percorso», scrive, suggerendo di perdersi tra i viali. La cartina serve fino a un certo punto: ci si muove dentro un museo a cielo aperto che non finisce mai.

Nel suo sguardo entrano anche le persone che lavorano intorno al lutto. Picca ricorda le fioraie sul piazzale, i marmisti coperti di polvere bianca, chi passa le giornate a contatto con la memoria degli altri. «Sai quanti vengono qui a piangere?», gli dicono. E come fai, si chiede, a non dire poi una parola di gentilezza, a non offrire almeno un fiore.  All’ingresso principale progettato da Virginio Vespignani, oggi c’è Misan, il fioraio. Intorno a lui tre grandi archi con le statue della Meditazione, della Speranza, della Carità e del Silenzio. Lui siede in mezzo, sul muretto ogni mattina, con le sue due bambine. Gioca con loro mentre osserva chi entra e chi esce. Viene dal Bangladesh e lavora qui da due anni.

«I turisti passano, sì», racconta, «ma la maggior parte sono italiani». Persone che sanno già dove andare, che entrano con passo deciso. Ma per le bambine del fioraio, il Verano è semplicemente il posto dove aspettare il padre. 

La percezione di trovarsi in una vera città emerge anche negli sguardi di chi arriva per caso.

Giacomo viene da Torino e racconta di non aver programmato la visita. «Sono capitato qui per caso. Sono rimasto colpito sia dalle tombe, ma soprattutto dalla grandezza e dalla complessità di questo spazio», dice. «Mi sono perso più volte, ma è un’esperienza che consiglio. Non sapevo quanti personaggi di rilievo ci fossero. Sicuramente servirebbe una mappa per orientarsi meglio».

Un’esigenza che torna anche nelle parole di chi il Verano lo racconta per mestiere.

La guida turistica Alessandra Negroni, archeologa e storica dell’arte iscritta all’ AGTA (associazione guide turistiche d’Italia), spiega che «le visite guidate al Verano sono limitate, quattro o cinque volte l’anno, soprattutto in primavera e in autunno». Il pubblico è prevalentemente romano, interessato ai grandi personaggi del cinema e dello spettacolo. «Gli stranieri più presenti sono gli inglesi, che spesso abbinano il Verano al cimitero acattolico vicino a Piramide». Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando: «Si stanno avvicinando anche i più giovani e un pubblico più internazionale, attratti non solo dai personaggi ma dagli aspetti naturalistici e artistici». Per migliorare l’esperienza, aggiunge, «sarebbe utile una segnaletica più accurata e una guida che aiuti a orientarsi tra i diversi livelli, mantenendo comunque il cimitero come luogo deputato alla memoria».

Come spiega Caterina Padoa Schioppa, architetta ed esperta di luoghi della morte, oggi docente alla Sapienza Università di Roma, «dopo l’Editto di Saint-Cloud, voluto da Napoleone all’inizio dell’Ottocento, i cimiteri dovevano sorgere fuori dai centri abitati, perché la morte era considerata un fenomeno da nascondere». Il Verano viene progettato proprio in quel contesto: la costruzione inizia nel 1811, ma il vero sviluppo si avvia soprattutto negli anni Cinquanta dell’Ottocento. «La particolarità del Verano», aggiunge,  «è che col tempo si è trovato a intersecarsi tra il quartiere San Lorenzo e il quartiere Tiburtino, assumendo il valore di una città fuori dalla città». Secondo l’architetta, il Verano potrebbe diventare «un innesto importante per la vita del quartiere e per il turismo», anche attraverso «elementi architettonici coerenti, come panchine o spazi per la riflessione, che valorizzino l’idea di piazze e vie già presente nella sua struttura».

Il tema è entrato anche nel dibattito istituzionale.

Il consigliere comunale Valerio Casini sottolinea che «a dicembre 2025 abbiamo messo all’ordine del giorno una delibera per la manutenzione straordinaria del Verano, da inserire nel bilancio 2026-2028, con l’obiettivo di migliorare il decoro e la valorizzazione del patrimonio culturale e architettonico».  Inoltre,  «il II Municipio ha inviato anche un progetto di pedonalizzazione dell’area antistante il centro monumentale di questo museo a cielo aperto».

Il necroturista attraversa tutto questo senza separarlo. Monumenti e bancarelle, statue e mazzi di fiori, memoria solenne e memoria quotidiana. Si capisce allora che il Verano non conserva soltanto i morti di Roma, ma anche i suoi gesti più semplici: chiedere indicazioni, perdersi, fermarsi, ricordare.

È quando si esce dal cimitero che il rumore della città riprende tutto in una volta. Qualcosa, nel frattempo, è cambiato: lo sguardo è più lento, l’attenzione più alta. Ed è forse questo il senso del necroturismo: non imparare a morire, ma imparare a guardare.