«C’è un prima e un dopo Crans-Montana», sostiene Gianluca D’Ettorre, gestore del “Room 26”, una delle discoteche più frequentate di Roma. Dopo lo spaventoso incendio scoppiato nel bar “Le Constellation”, nel cantone svizzero di Valois, in cui sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite, le notti romane si sono riempite di luci blu e divise: pattuglie agli ingressi, piste fatte sgomberare, sigilli alle porte.
Il “Piper”, storica discoteca di via Tagliamento, è stata sequestrata dalla polizia nella notte tra il 17 e il 18 gennaio. Nello stesso fine settimana sono stati chiusi e sanzionati anche “Toy Room”, “Clamore” e “White Bar”, locali della stessa società che operano su piani diversi a piazza Barberini con un’unica licenza. Stop provvisorio per altri tre esercizi: un club in zona Prati, la discoteca “Gus” in via dei Cosmati, e un’associazione culturale a Testaccio.
Impianti e arredi fuori norma, spazi di sicurezza inaccessibili, estintori mancanti, sensori antifumo inadeguati, vie e porte di emergenza ostruite o bloccate. Irregolarità che nei controlli si traducono in verbali, sigilli temporanei e licenze sospese. Nel corso del 2025 il questore Roberto Massucci ha firmato 68 provvedimenti di chiusura. A questi si aggiungono circa quattromila violazioni emerse su undicimila controlli svolti dalla polizia locale e dalle altre forze dell’ordine su attività di ogni tipo.

C’è però chi prova a costruire un modello condiviso. «È giusto che i ragazzi si possano divertire, ma in sicurezza», afferma Augusto Gregori, vicepresidente del Municipio IX Eur-Laurentino e coordinatore del progetto “La notte vale”. Un percorso avviato con la Questura, le associazioni di categoria e i gestori dei locali, che punta su prevenzione, regole chiare e formazione. «La notte crea lavoro e divertimento — commenta — e vale solo se è governata insieme».
Prima ancora dell’elaborazione del protocollo, lo scorso anno Gregori aveva lanciato l’iniziativa “Divertimento sicuro e sostenibile”: un servizio navetta con alcol test gratuito per chi non vuole rientrare a casa in auto dopo aver bevuto. «Una collaborazione tra pubblico e privato, con imprenditori illuminati pronti a finanziare progetti per aumentare la sicurezza sulle strade». La prima navetta è partita dal Room 26.

«C’è molto più interesse e molta più paura per ciò che può succedere ai nostri clienti e al nostro personale», spiega D’Ettorre. Nella prima settimana di gennaio, con l’aumento dei controlli successivo alla tragedia in Svizzera, il locale ha superato un’ispezione delle forze dell’ordine. «Si sono concentrati su estintori, luci di emergenza e Dvr, il documento di valutazione dei rischi», aggiunge. «Ogni sei mesi, con una società terza, verifichiamo tutte le misure di sicurezza».
A proposito delle candele luminose che avrebbero causato l’incendio costato la vita a 40 persone, D’Ettorre chiarisce: «Per fortuna non le abbiamo mai usate: ai deejay internazionali che ospitiamo non piacciono e le consideriamo pericolose. Le immagini che abbiamo visto sono terribili, mi creano un magone immenso. Così, l’ingresso in pista delle bottiglie viene accompagnato da effetti di scena sicuri».
Le piazze restano un’alternativa ai locali al chiuso. «Non vogliamo stare a casa e non andiamo spesso a ballare», dice Claudia, 18 anni, seduta sui gradini di largo degli Osci, a San Lorenzo. «Preferiamo incontrarci all’aperto, dove è difficile che accadano tali incidenti». Accanto a lei Micaela, coetanea: «Di sicuro ci faremmo qualche domanda. Adesso il timore è tanto». Edoardo, 26 anni, è più scettico: «Secondo me cambierà poco, la gente continuerà ad andare in discoteca. Io non ho paura». Da piazza Bologna a Trastevere, la movida segue lo stesso schema: i bar diventano luoghi in cui prendere da bere, mentre il resto della serata prosegue in strada.