Cinque anni fa la pandemia ha cambiato la sanità italiana. Oggi, in Lombardia, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: oltre 160mila cittadini senza medico di famiglia, ambulatori sovraccarichi, professionisti stanchi e un sistema che regge grazie alla dedizione e al sacrificio di chi continua a lavorare oltre i propri limiti.Secondo i dati di regione Lombardia, tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è sceso di circa il 10 per cento. In cinque anni se ne sono persi oltre 500.«Il vero spartiacque è stato il Covid», racconta Elisabetta, dottoressa di medicina generale dal 1998. «Da allora la situazione è decisamente peggiorata».
Ma la crisi non è solo numerica. È anche organizzativa, sociale, culturale. «Possiamo parlare sia di una crisi strutturale sia di un fallimento delle politiche sanitarie», spiega Marco, medico di medicina generale a Milano. «Si sarebbe dovuto intervenire molto prima. Oggi, per i giovani, la medicina generale non è più una professione appetibile». Non si tratta solo di numeri, o almeno non solo. È complice anche un cambiamento profondo del lavoro quotidiano. «È peggiorato il carico burocratico, ma anche il rapporto con le persone», racconta Elisabetta. «I pazienti sono più esigenti e usano sempre più mezzi di contatto diversi dalla visita, come e-mail, messaggi e chiamate. Questo comporta un ulteriore aggravio di lavoro». Marco, medico di medicina generale, conferma: «Ci sono decreti, e-mail, piattaforme che cambiano continuamente. Ti confronti ogni giorno con problemi burocratici e organizzativi. Sei sul territorio, devi dare risposte immediate, ma spesso non sai a chi rivolgerti. Ti senti abbandonato».
Oggi un medico di famiglia in Lombardia segue mediamente circa 1.500 pazienti, ma spesso il numero è molto più alto. «Io sono arrivata a 1.750», spiega Elisabetta. «Mi sembrava di non riuscire più a seguirli in modo corretto, se non dedicando una quantità di ore che mi impediva di avere una vita normale». Le richieste istituzionali vanno nella direzione opposta. «Ci è stato chiesto di aumentare il numero di assistiti fino a 1.800, con un tetto massimo di 2.000». Una soglia che, secondo molti professionisti, rende impossibile una medicina realmente personalizzata. «Nel mio quartiere ormai sono rimasto l’unico medico», racconta Marco. «Continuano ad arrivare nuovi pazienti perché i giovani non vogliono fare questo mestiere, ha perso di attrattiva. Si parla di più di un milione di italiani senza medico di famiglia». Le giornate di lavoro si allungano. «Almeno otto ore, ma si può arrivare anche a dieci, undici, dodici». Marcella, dottoressa di medicina generale dal 1999, concorda: «Il carico burocratico è insostenibile. Abbiamo sempre più piattaforme per registrare il nostro lavoro, ma spesso non funzionano. E appena impari a usarli, li cambiano». «I tempi di visita sono sempre più stretti», aggiunge Marco. «Dovrebbero essere dieci o quindici minuti, ma con il numero di pazienti che abbiamo non riesci a gestirli. Le persone diventano nervose, tu diventi nervoso. Non è un bel modo di lavorare».
È cambiata anche la percezione sociale del medico di famiglia, spesso ridotto a figura marginale del sistema sanitario. «Oltre a essere il primo accesso alle situazioni acute, il medico di medicina generale coordina tutte le problematiche del paziente», spiega Elisabetta. «Quando manca, si perde chi tiene le fila». Il lavoro va oltre la clinica. «Svolgiamo anche un compito di ascolto», racconta. «A volte facciamo quasi gli psicologi, senza esserlo». «Il carico emotivo è forte», aggiunge Marcella. «I pazienti ti portano situazioni difficili, familiari, sociali. Ti chiedono come risolverle, ma spesso non ci sono risposte». Nel frattempo, la popolazione assistita è sempre più anziana e complessa. «Seguiamo persone sempre più anziane, con molte patologie», osserva Marco. «Spesso ti trovi a prendere decisioni che dovrebbero spettare agli specialisti, ma non puoi consultarli perché sono sovraccarichi». Per far fronte alla carenza di medici, la Regione ha introdotto ambulatori temporanei e case di comunità. Ma chi lavora sul campo guarda queste soluzioni con scetticismo.
«È una funzione tampone», afferma Elisabetta. «Serve per le urgenze e la burocrazia, ma non è una soluzione per le patologie croniche». Marco evidenzia un altro rischio: «Nelle case di comunità si perde la continuità del rapporto. Il primo medico disponibile vede il primo paziente. Si perde quella conoscenza profonda della persona che è fondamentale per la diagnosi e la cura». C’è anche un problema di accessibilità. «Il mio studio è nel quartiere, le persone arrivano a piedi. Se sposti il servizio a tre chilometri di distanza, penalizzi soprattutto gli anziani».
Il nodo, secondo tutti, è più profondo. «Mancano le persone», sintetizzano. «Non c’è carriera, non c’è riconoscimento, non c’è tutela», spiega Marco. «La borsa di studio per la medicina generale è più bassa rispetto alle altre specializzazioni, il percorso non è considerato una specialità. È come se fosse una medicina di serie B». I giovani scelgono altre strade. «Preferiscono l’ospedale o le specializzazioni che permettono anche il lavoro privato. Bisognava pensarci anni fa, incentivare le professioni meno attrattive». I numeri lo confermano: nei concorsi regionali per la formazione in medicina generale, i posti disponibili superano spesso il numero dei candidati idonei. Una situazione impensabile fino a pochi anni fa. «Siamo arrivati al punto in cui bisogna decidere cosa si vuole fare della medicina generale», conclude Marco. «Non c’è più tempo per aspettare». Eppure, nonostante tutto, il legame con i pazienti resta il motivo per cui molti continuano.
«È un lavoro molto bello», dicono Elisabetta e Marcella. «È clinico, richiede ragionamento, ma soprattutto è relazionale».«Si crea un rapporto fortissimo con i pazienti e le famiglie», aggiunge Marco. «Sei il primo riferimento, quello che fa la sintesi di tutto». Ma la passione non basta a compensare il peso crescente del lavoro. «Il rischio di burnout è inevitabile», ammettono. La crisi dei medici di famiglia non è solo un problema di categoria. È una questione strutturale che riguarda l’intero sistema sanitario e milioni di cittadini. Se il medico di famiglia è il primo anello della catena delle cure, la sua fragilità mette in discussione l’intero modello di sanità territoriale. Un modello che, numeri alla mano, regge sempre più sul sacrificio individuale invece che su una vera programmazione pubblica.
«Continuerei a consigliare questo lavoro», dice Elisabetta. «Perché è bello, umano, importante».Poi aggiunge: «Anche se sta diventando sempre più faticoso».