Esclusiva

Gennaio 27 2026
«Ero solo un numero calvo»
La storia di Edith Bruck

La scrittrice e poetessa italiana-ungherese racconta a Zeta Luiss la sua esperienza nei campi di concentramento

«Non eravamo donne, eravamo dei mostri. Non eravamo persone umane, facevamo spavento.» Edith Bruck, pseudonimo di Edith Steinschreiber, oggi ha 94 anni ed è una sopravvissuta agli orrori della Shoah. Di origine ungherese, nacque in una numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, dopo essere stata rinchiusa nel ghetto di Sátoraljaújhely, in Ungheria, venne deportata ad Auschwitz. Raccontare la propria esperienza vuol dire riviverne ogni attimo: Bruck, nell’atto stesso di ricordare, si proietta in uno stato di intorpidimento, angoscia, inquietudine. Sono memorie, le sue, sepolte nel profondo. Storie che la sopravvissuta porta dentro con coraggio e richiama alla mente con grande fatica.

«Eravamo come nulla, come zero.»: Bruck costruisce un’immagine vivida della vita nei campi, luoghi in cui le persone erano ridotte a poco più di uno scheletro. I detenuti erano deprivati di cibo e di ogni tipo di servizio o attenzione che potesse restituire loro un accenno di dignità. Alle donne venivano assegnate mansioni come il cucito e la produzione tessile, spesso per conto dell’industria bellica tedesca. Il lavoro era programmato per ottenere il massimo tornaconto economico, portando all’estremo le forze fisiche e lo stato psicologico delle detenute.

«Camminavamo con gli zoccoli e le palandrane lunghe. Un giorno tentai di rubare del cibo al campo accanto al nostro. C’erano tantissimi uomini, stesi a terra, all’ultimo respiro. Io rubai loro una patata: non riuscivano neanche ad allungare una mano per riprendersela». Impossibile realizzare lo stato di continua sopraffazione e allerta che una ragazza della sua età può aver subito.

«Altre donne ebree, deportate come noi, erano i nostri capi. Molte erano polacche sopravvissute, e obbedivano agli ordini dei tedeschi». Bruck ricorda con precisioni chi fossero le donne-capo che facevano le veci dei tedeschi. Le SS le reclutavano all’interno dei gruppi di deportate, così da creare ancora più scompiglio e costringere le stesse ad entrare in un tragico conflitto d’interessi.

«Le donne incinte venivano uccise quasi subito. I bambini piccoli erano utilizzati come esperimenti. Provavano a fargli diventare gli occhi azzurri e abusavano del loro corpo senza anestesia. Hanno bruciato 1.000.000 di bambini. Non li rivedremo mai più. » La gravidanza diventava motivo di violenza: le donne incinte venivano punite, sottoposte ad aborti forzati o separate brutalmente dai propri figli subito dopo il parto. 

«Quando arrivarono gli americani, il 15 aprile del 1945, abbiamo fatto fatica a capire che non fossero tedeschi. Eravamo terrorizzate, non riconoscevamo le uniformi americane. Loro non ci toccavano, avevamo stracci e pidocchi addosso. Poi ci hanno messo in fila, ma noi ricordavamo che i tedeschi erano soliti farlo ogni mattina alle 05:00, e pensavamo che allora ci avrebbero ammazzato di sicuro. Capimmo, dopo un po’, che era tutto finito. La gente impazziva, urlava, sveniva. Ci hanno riempito di DDT per disinfettarci, spogliate, caricate sui camion e portate all’ospedale. Ci davano da mangiare venti grammi di cibo al giorno, poi trenta, poi quaranta. Siamo rimasti due mesi lì.»

Così Bruck racconta la liberazione. Tremante, a bassa voce. Come se mettere in fila i pensieri potesse distruggerli. Li tiene stretti, aggrovigliati, sicuri dentro di sé. Ma ogni volta, davanti ai suoi occhi, rivede quegli uomini, quelle donne, quei bambini. Solo il silenzio dell’ascolto accoglierà una sofferenza così grande.