Nel 1976 la famiglia Sassoli lascia Firenze e si trasferisce a Roma. David ha diciotto anni e frequenta l’ultimo anno di liceo al classico Virgilio. È un passaggio di vita come tanti, da una città all’altra, senza clamore. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, quasi cinquant’anni dopo, quella traiettoria umana e civile sarebbe tornata simbolicamente a incrociarsi a Sutri, davanti a tante persone, giovani e adulti, militanti e cittadini, per ricordare uno dei servizi pubblici più alti resi all’Europa contemporanea.
Negli anni Ottanta la famiglia costruisce qui, a Colle Diana, una casa che diventa spazio di ritorno e di tempo condiviso. È questo legame profondo che fa della cittadina viterbese il centro naturale di una giornata di memoria che guarda alle radici per parlare al presente.
La commemorazione prende avvio sabato 24 gennaio nel Palazzo Doebbing, antico palazzo vescovile oggi museo, cuore storico e culturale della città, restituito alla comunità dopo anni di abbandono. Molti i giovani presenti, arrivati da tutto il Viterbese: i Giovani Democratici, l’associazione Tuscia Pride e altre realtà civiche e sociali del territorio. Una presenza viva, non rituale, che restituisce uno dei tratti più forti dell’eredità di Sassoli: la capacità di parlare alle nuove generazioni attraverso l’esempio.
A introdurre e moderare è Lillo Di Mauro, segretario del circolo di Sutri del Partito Democratico. Intervengono Nicola Zingaretti ed Elly Schlein. Ad arricchire il racconto ci sono Sante Cruciani, professore di storia delle Relazioni Internazionali all’ Università degli Studi della Tuscia e Marialuisa Sergio, professoressa di storia contemporanea e di Storia dell’Europa e delle istituzioni comunitarie.
La segretaria del Partito Democratico ricorda il suo arrivo al Parlamento europeo nel 2014, a soli ventotto anni, e di quando Sassoli volle inserirla nella commissione Cooperazione e Sviluppo, nonostante lei avrebbe preferito occuparsi di immigrazione. «All’inizio fu quasi un litigio», racconta sorridendo. «Ma aveva ragione. Tanto dell’impegno che ho portato avanti nasce da quella sua intuizione». La mitezza di Sassoli, spiega, non era debolezza ma metodo, tra dialogo e mediazione. Nicola Zingaretti insiste su ciò che più gli è rimasto impresso: «La cosa che rimane di più nella memoria di David è la pacatezza con la quale sapeva dire cose molto serie, anche molto dure, e lanciare allarmi». Ricorda l’angoscia che avvertiva nel 2019, alla vigilia delle elezioni europee, «per il rischio di uno sfondamento dei nazionalismi».
Dopo l’assemblea, la commemorazione si sposta al cimitero di Sutri. Accanto alla tomba, le rose bianche vengono deposte da Elly Schlein in un gesto semplice e misurato. Poco distante, un ulivo donato dei suoi collaboratori di Bruxelles, affonda le radici nella terra.
Nel racconto della famiglia, citata sempre con discrezione, emerge una parola che ritorna più volte: normalità. I fratelli lo ricordano sorridendo: «Era vivace. Ogni tanto tornava a casa con un braccio rotto». Una vitalità che non lo ha mai abbandonato. Anche quando la sua vita ha preso la strada del giornalismo prima e della politica poi, «non c’è mai stata una frattura. Era sempre lui».

L’ulivo donato dai collaboratori di Bruxelles 
La moglie Alessandra Vittorini e la sorella di David con la segretaria del Partito Democratico Elly Shlein
A completare il ritratto umano è la testimonianza di Fabio Florani, amico di famiglia, che ricorda l’inaugurazione di una mostra dedicata a Pinocchio di Filippo Sassoli, all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma.
«David arrivò direttamente da Bruxelles. Non riusciva sempre a seguire il lavoro artistico del fratello, ma quel giorno era felice. Davvero felice».
Sul rapporto con le nuove generazioni interviene Miriana Perlorca, 26 anni, dottoranda all’Università della Tuscia, che sta dedicando a Sassoli una tesi biografica.
«È importante perché rimette la persona al centro. La sua idea di politica è profondamente al servizio del cittadino».
Ricorda come Sassoli abbia guidato il Parlamento europeo in uno dei trienni più complessi: la crisi catalana, la Brexit, la pandemia. «È stato un punto di riferimento anche per Ursula von der Leyen. In momenti decisivi ha contribuito a tenere insieme l’Europa».
Prima ancora del giornalismo, a segnare la formazione di David Sassoli fu l’esperienza della Rosa Bianca. Lo racconta Tommaso Giuntella, figlio di Paolo Giuntella, amico fraterno di Sassoli, giornalista e inviato del TG1. Il nome deriva da un libro portato dal nonno di Tommaso, Vittorio Emanuele, al ritorno della deportazione dei nazisti in un campo di prigionia militare. «Vacanze insieme, letture condivise, discussioni continue. L’idea era stare insieme perché ci si somigliava culturalmente e intellettualmente». Questa realtà aveva una doppia valenza: era passione politica e culturale, ma anche amicizia profonda. «David era uno dei ragazzi migliori».
Quel gruppo trovava uno dei suoi luoghi simbolici in una panchina di via Montezebio, nel quartiere Prati, a Roma. Lì abitavano figure come Pietro Scoppola e, poco distante, Vittorio Bachelet. «Era una panchina reale e insieme simbolica», racconta Giuntella. «Ci si ritrovava lì per discutere anche fino a tarda notte. C’era un fermento culturale fortissimo». Anche Aldo Moro, ricorda, vi arrivava talvolta in modo discreto, entrando dalla porta di servizio della parrocchia di Cristo Re per incontrare quei giovani.
In questo intreccio di storie e luoghi si colloca anche Capranica, comune limitrofo di Sutri, altro spazio di formazione e amicizia. «David frequentava molto Capranica», ricorda Giuntella. «C’è una bellissima foto sotto il nocciolo della Trinità: ci si è incontrati lì per anni». Era il luogo dove Paolo Giuntella e Sassoli si ritrovavano, lontano dai riflettori, per coltivare relazioni tra una commistione di idee e di speranza per il futuro.
Non volevano stare né con i rivoluzionari a ogni costo né con chi pensava che andasse tutto bene. Stavano in mezzo, da cristiani, con lo sguardo critico e la schiena dritta. È da questa radice che nasce anche il giornalismo di Sassoli: un’informazione vissuta come servizio, eredità di una storia familiare e collettiva che aveva già conosciuto il fascismo, il nazismo, la scelta di opporsi. Una normalità intensa e una politica che non ha mai smesso di interrogare la coscienza.
L’11 gennaio 2022 muore a 65 anni, al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, per una grave complicanza immunitaria. Per Sassoli la pace non era solo assenza di guerra, ma giustizia sociale e dignità della persona: «Non esiste una pace chiusa nel bunker, pagata al prezzo della sofferenza altrui. Ecco perché oggi abbiamo bisogno di Europa» come ricorda nel messaggio inviato alla Catena Umana della Pace dell’11 ottobre 2020.
Nel cimitero di Sutri, accanto alle rose bianche e all’ulivo donato da Bruxelles, queste parole trovano radici. David Sassoli continua a essere ricordato così: con pacatezza, con fermezza, con una capacità di mediare che ha reso possibile il dialogo nei momenti più difficili.
Una rosa bianca in Europa che continua a fiorire.



