In Italia la collana Stile libero di Einaudi, fondata nel 1996 da Paolo Repetti e Severino Cesari, prima ancora di lanciare bestseller ha cambiato il modo in cui editori e lettori guardavano ai libri. Non più scaffali separati tra letteratura alta e bassa, ma un’unica etichetta pronta a tenere assieme tutto e a trattarlo come narrativa a pieno titolo.
«Era un progetto decisamente innovativo per l’epoca», commenta Repetti, «un laboratorio culturale dove accogliere quei manoscritti “antagonisti”, troppo sporchi o troppo pop per finire accanto ai “bianchi” di catalogo». La collana nasce dentro alla casa editrice Einaudi per pubblicare narrativa italiana e straniera d’avanguardia, generi d’evasione e nuove voci, accanto ai grandi narratori come Cesare Pavese e Italo Calvino.
«Sicuramente un ruolo fondamentale lo ha giocato la nostra enciclopedia culturale: tutti i modelli di cui ci eravamo cibati fino a quel momento», come Foster Wallace o Pynchon; fino al linguaggio televisivo, del fumetto e del pulp: un pizzico di nuovo. Tra racconti iperviolenti e iperrealistici, linguaggio mediatico e scene di vita quotidiana, la raccolta Gioventù Cannibale, pubblicata nel 1996, incarna alla perfezione questa doppia anima, sospesa tra avanguardia letteraria e cultura di massa.
Dieci autori emergenti – tra cui Niccolò Ammaniti e Aldo Nove – raccontano un crescendo di orrore ora camp ora illuminante nel suo mescolare cronaca nera e perversione: droghe, modelle fatte a pezzi, supermercati e pornografia. Da una parte l’autore Daniele Luttazzi la ricorda come «un’antologia profetica» in un clima culturale rigido, che la criticò «perché conteneva una narrativa lontana dalla realtà italiana», ma solo qualche mese dopo l’Italia avrebbe conosciuto i casi del mostro di Firenze, del serial killer ligure, di Erika e Omar e dei satanisti lombardi. Dall’altra Repetti riconduce la raccolta al contesto culturale di fine XX secolo. «Anche se molto innovativo, la mia impressione è che Gioventù Cannibale appartenga ancora pienamente al Novecento. Vi basti pensare che uno dei nostri riferimenti era l’antologia de I Novissimi», in cui la novità non era tanto il tema quanto l’uso della lingua.

«La vera forza di Gioventù Cannibale è stato il clima in cui è arrivata. Non avrebbe avuto lo stesso impatto senza una società letteraria che l’accogliesse: librerie che la tenevano in vetrina, giornali che litigavano su quelle pagine, lettori che se la passavano di mano in mano», osserva Repetti, «ma soprattutto se non fosse esistita quella rete di mezzi che la rivoluzione tecnologica ha distrutto: giornali, inserti culturali e critica letteraria».
L’innovazione passa dagli scaffali. «All’epoca della creazione della collana significava poter mettere lo stesso logo giallo sul romanzo di un comico, su un noir di provincia e su un saggio», senza dover scegliere prima lo scaffale in cui farli finire. «Vantavamo romanzi, raccolte di saggi, scritti di comici e potevamo piazzare i nostri libri dappertutto», come per E l’alluce fu di Roberto Benigni, Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci, poi lo sbanco con Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo e Gomorra di Roberto Saviano. «Ammetto che ci siamo presentati da Giulio Einaudi con l’idea di una collana, ma senza dirlo avevamo l’ambizione di fondare una casa editrice nostra, e oggi – 30 anni dopo – possiamo dire di essere vicini a quell’obiettivo: facciamo settanta novità all’anno e siamo responsabili del 35% dell’intero fatturato di Einaudi». Non c’è una formula magica a cui attenersi, quanto un imperativo: «La sgrammaticatura editoriale, progetti rischiosi, ma anche scelta estetica accurata, perché siamo stati i primi in casa editrice a fare le copertine a foto intera». Senza dimenticare la costa gialla, segno distintivo della collana.
Tre decenni dopo, il quadro è cambiato. «Difficile produrre qualcosa di davvero innovativo. Manca il pubblico, soprattutto quello giovane, e manca la qualità della letteratura. Ci sono fenomeni che cercano di rompere, ma bisogna guardare prima alla qualità del prodotto e poi alla fortuna commerciale».