«Sono partita da Gaza attraversando il valico di Kerem Shalom, dopo essere stata sottoposta ai controlli dell’esercito israeliano. Il percorso è stato lungo e carico di paura, fino a quando siamo arrivati in Italia alle tre del mattino. Non riesco a descrivere quella prima visione: ho sentito la vita tornare dentro di me, dopo due anni di guerra. Ho rivisto la natura, le luci delle strade, i tetti colorati delle case e ho ritrovato la speranza».
A raccontarlo è Bayan Rok, 24 anni, madre palestinese di due bambini di quattro e tre anni, Wael e Maryam, che vive a Porto Recanati. Nel nostro Paese è arrivata verso la metà di giugno, grazie a uno dei corridoi umanitari attivati nella striscia di Gaza dalla Croce Rossa Internazionale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per consentire l’evacuazione medica di persone in condizioni sanitarie critiche.
La figlia Maryam, infatti, rientra nei quasi duecento bambini con gravi patologie congenite o ferite di guerra, comprese amputazioni, accolti negli ospedali italiani dall’inizio del conflitto. Le cure sono state rese possibili grazie alla collaborazione della Presidenza del Consiglio, del Ministero degli Esteri e della Protezione Civile italiana ed europea. «All’Ospedale Regina Margherita di Torino mia figlia è stata operata per una patologia cardiaca. La sera successiva all’intervento è stata la prima volta, dopo molto tempo, in cui abbiamo dormito serenamente, senza paura. Ricordo il silenzio quasi assordante della stanza, sembrava irreale», racconta la giovane donna.
La scelta di iniziare una nuova vita in una piccola città affacciata sul Mare Adriatico non è stata casuale. A trasferirla da Torino nelle Marche con lo status di rifugiata è stata l’associazione locale no profit “Porto Recanati Solidale”, che da anni opera nel volontariato e negli aiuti umanitari in aree critiche del mondo. «Ho conosciuto Bayan durante una missione svolta tra la Turchia e Gaza per la consegna di forniture idriche in quei territori martoriati. Da lì è nata un’amicizia profonda, che mi ha spinto a compiere un gesto concreto per lei e la sua famiglia», spiega Giampiero Cappetti, presidente dell’organizzazione.
Da questo legame è nata anche la volontà di andare oltre, cercando di realizzare il sogno della donna di diventare scrittrice. Prima dello scoppio delle ostilità, Bayan frequentava infatti un circolo di scrittura a Khan Yunis, la sua città di origine, un’attività interrotta bruscamente quando è stata costretta ad abbandonare la propria casa per rifugiarsi in uno dei numerosi campi allestiti per la popolazione civile. «Sono cresciuta in un ambiente contadino molto semplice, a contatto con la natura e gli animali, ma ho sempre sentito in me l’esigenza di esprimermi attraverso le parole. Le 28 lettere dell’alfabeto arabo sono diventate presto la mia guida, il mio faro, una costante fonte di ispirazione, da cui sono nati poesie, racconti e storie».
Una passione che non si è spenta neppure sotto i bombardamenti dell’esercito israeliano. Grazie al contatto telefonico quotidiano con l’associazione marchigiana, è nata l’idea di pubblicare un diario digitale sulla piattaforma Facebook, attraverso il quale la giovane madre ha continuato a coltivare la propria vocazione letteraria e a condividere aggiornamenti sulla sua vita, mantenendo viva l’attenzione sulla situazione nei territori d’origine. «Stiamo pensando anche a un libro, per non disperdere le testimonianze e le esperienze vissute in questi due anni» precisa Cappetti.
In attesa che questo progetto prenda forma, Bayan prosegue il suo percorso a Porto Recanati, dove frequenta insieme ai figli un corso di lingua italiana, con il pensiero costantemente rivolto ai familiari rimasti a Gaza: «Il mio desiderio più grande è riunirmi con mio marito e i miei genitori e sapere che stiano bene. Anche dopo la firma del cessate il fuoco lo scorso ottobre, gli attacchi sono continuati e il senso di insicurezza persiste. Spero però che un giorno io possa ritrovare le mie radici lì dove sono nata, in Palestina».