Quattro Gianni in campo: Brera, Clerici, Minà e Mura. A tenerli insieme sulle pagine di “Repubblica” fu per qualche anno Giuseppe Smorto, che oggi li ricorda nel libro I 4 Gianni (Minerva), ritratto affettuoso di una nazionale irripetibile del giornalismo sportivo. Ma nei primi anni del giornale, nella redazione romana all’incrocio tra via dei Mille e piazza Indipendenza allo sport erano concesse solo quattro scrivanie. Il fondatore Eugenio Scalfari non aveva previsto una pagina per lo sport. Avrebbe cambiato idea.
Il primo nucleo di quella redazione era coordinato da Mario Sconcerti, giornalista scomparso nel 2022, insoddisfatto dello spazio concesso a lui e ai suoi. Nel febbraio del 1982, anno dei mondiali di calcio in Spagna, Sconcerti e Gianni Brera, allora firma infelice del “Giornale”, si trovarono seduti accanto su un volo della nazionale verso Parigi. Fu un passaggio fondamentale per il passaggio di Brera a “Repubblica”, nonostante il giornale non uscisse di lunedì. C’era solo da convincere il direttore, ma la Coppa Davis del 1976, la coppa del mondo in Argentina nel 1978, il boicottaggio americano dei Giochi di Mosca 1980 e lo scandalo “Totonero” avevano già dimostrato che lo sport meritava uno slancio diverso. «Scalfari si rese conto e decise di prendere il numero uno», spiega l’autore del libro.
Smorto fu nominato caporedattore dello sport nel 1986. Aveva 29 anni, oggi ne ha 68. Allora dei quattro Gianni mancava solo Clerici, indimenticabile scriba del tennis, che sarebbe arrivato a “Repubblica” un anno dopo. «È una cosa che fa ridere. Quasi mi vergognavo. Avevo il mandato di valorizzare quelle firme. Sono stato attento a stare due passi dietro di loro e ogni giorno della mia vita li considero importanti».

Se Brera era funambolico e Mura generoso, di Clerici si ricorda la prosa elegante e di Minà l’impegno civile. «Ognuno aveva uno stile meraviglioso, con caratteristiche che andrebbero studiate». E in comune non avevano solo il nome: «Erano indipendenti e generosi, mai ruffiani e sempre attenti ai lettori, rispondevano a montagne di messaggi». Sul loro rapporto con la letteratura, terreno su cui tutti si misurarono non sempre con successo, Smorto osserva: «A Mura importava poco e Minà era più attento al messaggio dei suoi testi, tanto da creare una sua collana. Brera e Clerici, al contrario, soffrivano l’isolamento di un ambiente che li considerava soltanto giornalisti, e per giunta sportivi». Clerici parlava di “massoneria delle lettere”.
A ciascuno Smorto associa un ricordo. Come la lezione di giornalismo di Gianni Clerici: «Ma queste sono storie, chissà perché li chiamiamo articoli». O un gustoso salame, retaggio dell’infanzia contadina, con cui Brera accoglieva i suoi ospiti alle undici del mattino. L’autore ride ricordando l’agenda di Gianni Minà, resa celebre da una gag di Massimo Troisi. «Un giorno, al giornale, dopo una partita romanzesca un capo servizio la buttò lì: “Servirebbe un pezzo alla Osvaldo Soriano”. E lui: “Ma no, chiamiamo proprio Soriano”. E l’articolo arrivò». E poi la curiosità di Mura, i viaggi laterali sulle strade del Tour de France, accompagnato dalla sua Olivetti 32. Le troupe giapponesi gli chiedevano conto del suo picchiettare frenetico sui tasti: «Non crede di dare fastidio con tutto questo rumore?». Mura rispondeva: «No, sono gli altri che mi disturbano con il loro silenzio».
L’ultimo dei quattro, Minà, è morto a Roma nel 2023. Con l’addio a Gianni Brera, nel 1992, si chiuse una stagione memorabile per lo sport di “Repubblica”, che avrebbe cominciato a uscire di lunedì nel 1994. Quel che resta sono i tesori che hanno lasciato: le carte, i taccuini, le lettere, ciascuno al suo posto negli archivi, nelle università – come alla Cattolica di Brescia – e nel tempo. «Vorrei dirgli: “Perché non tornate?”». Non a scrivere articoli, ma a raccontare storie.