Esclusiva

Gennaio 29 2026
«Vedo il mio Paese bruciare»
Le parole di Arash Azizi

Un’analisi delle fratture del regime iraniano, delle debolezze dell’opposizione e dei possibili scenari futuri

Il fumo sale denso dalle carcasse delle auto incendiate, annerisce il cielo sopra Teheran e rende l’aria irrespirabile. A terra restano bossoli, vetri rotti, scarpe perse nella fuga. I manifestanti continuano a marciare tra i colpi, mentre corpi senza vita vengono trascinati via e lasciano macchie scure sull’asfalto. Sono le immagini circolate online prima del blackout digitale imposto l’8 gennaio 2026 dalla Repubblica islamica dell’Iran. «È un bagno di sangue», dice Arash Azizi, giornalista del mensile The Atlantic e ricercatore iraniano residente negli Stati Uniti. «Migliaia di persone sono state uccise e ho paura che la situazione peggiori ancora». La sua voce è venata dalla tensione di chi guarda il proprio paese bruciare da lontano.

«Vedo il mio Paese bruciare» <br> Le parole di Arash Azizi

Il silenzio digitale si affianca alla violenza nelle strade. «La mia famiglia è in Iran», racconta Azizi a Zeta: «Come molti iraniani all’estero, non ho avuto modo di mettermi in contatto con loro per una settimana. Quando siamo riusciti a parlare è stato per brevi telefonate, per sapere che erano vivi e stavano bene». Le comunicazioni restano frammentarie, intermittenti, sempre a rischio di interruzione.

Le proteste iniziate il 28 dicembre 2025 hanno segnato una nuova fase di scontro aperto in Iran. La crisi economica, l’isolamento internazionale, la repressione sempre più violenta hanno fatto esplodere una rabbia che covava da anni. «Lo status quo è semplicemente insostenibile», spiega Azizi: «Lo è sul piano materiale perché le persone non riescono più a far fronte ai costi della vita, ma lo è anche perché il regime non è in grado di offrire alcuna prospettiva al popolo iraniano». La Repubblica islamica, nata nel 1979 a seguito della cacciata dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, è incapace di rispondere ai bisogni di una società giovane, istruita e distante dall’ideologia del regime.

«Questa frattura non è nuova», spiega Azizi, mentre ripercorre le proteste che da oltre vent’anni scuotono il paese. Dal movimento studentesco del 1999 alle manifestazioni del 2009, fino alle ondate del 2017, 2019 e 2022. La società iraniana ha continuato a sfidare un potere che il giornalista non esita a definire «profondamente antidemocratico, dove l’80% del potere è concentrato nelle mani di un solo uomo». Il riferimento è all’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran al potere dal 1989. «Ci sono intere generazioni che hanno conosciuto un solo leader, che esercita un potere assoluto e teocratico per mezzo di una costituzione folle», riflette Azizi con amarezza, «un modello che ricorda il refilosofo della Repubblica di Platone».

«Vedo il mio Paese bruciare» <br> Le parole di Arash Azizi

«Il problema è che si tratta di una rivolta spontanea, nata dal rifiuto di un ordine che non funziona, ma che proprio per questo resta frammentata». Sono proteste a cui manca una leadership riconoscibile in grado di offrire una proposta politica strutturata e alternativa. Un passo importante è stato il movimento “Donna, vita, libertà”, nato nel 2022 dopo la morte della 22enne curda Masha Amini, arrestata per aver indossato lo hijab in modo ritenuto improprio. «Le persone hanno cominciato a sognare una vita diversa, un Iran libero e progressista. Una visione che, però, è rimasta sospesa: non è riuscita a tradursi in un progetto politico capace di sostenerla e darle continuità». Nella Repubblica islamica dell’Iran la vita quotidiana è sottoposta a un controllo capillare e il regime esamina ogni aspetto dell’esistenza: «Una canzone vietata, un libro proibito, un sito web non autorizzato, un abito ritenuto inadeguato: tutto rischia di diventare un crimine». Un rigido scrutinio «paragonabile solo al regime dei Talebani in Afghanistan» che gli iraniani non tollerano più. Dal conflitto armato scoppiato a giugno con Israele la credibilità dell’ayatollah si è incrinata: «Per decenni il regime ha giustificato l’esercizio di un potere così pervasivo con la necessità di proteggere i cittadini da minacce straniere, ma dalla guerra dei 12 giorni questa motivazione non regge più e Khamenei non sembra più intoccabile».

Tra chi sventola bandiere con il sole e il leone dell’antica Persia, qualcuno inneggia a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. «Molti lo sostengono perché è l’unico nome che conoscono», osserva Azizi, riflettendo sulle diverse anime che compongono le proteste: «Ma tanti suoi sostenitori odiano lo slogan “Donna, vita, libertà” e le sue implicazioni». La conseguenza è un vuoto politico difficile da colmare: «Gli iraniani hanno bisogno che gli oppositori al regime si uniscano e formino un’ampia coalizione che sia in grado di rappresentare i loro interessi». Una trasformazione che secondo il giornalista può arrivare dai vertici del potere: «Non escludo una svolta dall’interno, magari con un colpo di stato e lo smantellamento graduale di alcune strutture chiave, mantenendo in vita parte del potere».

Il futuro più probabile delineato da Azizi per il Paese ricorda la recente parabola venezuelana: dopo la cattura del dittatore Nicolás Maduro il potere non è passato all’opposizione democratica guidata da Maria Corìna Machado, ma a Delcy Rodríguez, vice del leader chavista e figura di continuità dell’apparato di governo. «In Iran potrebbe avvenire qualcosa di simile», afferma il ricercatore, che non esclude un intervento statunitense: «Un attacco militare degli Usa o d’Israele non è impossibile, ma è molto difficile che riescano ad arrestare o uccidere Khamenei. Si nasconderebbe nella regione sudorientale del paese, dove diventerebbe impossibile da rintracciare. È anche un problema di intelligence».

La voce di Arash Azizi è tesa, mentre dagli Usa ripensa alla patria e agli affetti lontani: «Il mio sogno è fare ritorno in un Iran più libero e forse, un giorno, di vivere tra i due paesi». Si definisce «un internazionalista», ha vissuto in Canada, Germania, Malesia e Messico ma nessuna distanza ha reciso il legame con il luogo d’origine: «Mi sento a casa in molti luoghi, ma in Iran sono nato, occupa un posto speciale nel mio cuore». È in questo spazio sospeso tra distanza e appartenenza, che oggi si gioca il futuro dell’Iran: nelle strade invase dal fumo, nei silenzi digitali imposti dal regime, nella determinazione di una società che, osserva Azizi, «continua a bussare alle porte della storia, cercando di cambiare il proprio destino».

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