Esclusiva

Febbraio 6 2026
Nico Arezzo ha scritto un album per chi è stanco di correre

La fuga dalla società, il dialetto, l’omaggio a Modugno. L’artista siciliano ci racconta come nasce “Non c’è fretta”

C’è chi le presentazioni degli album le fa per noia, chi per professione. Nico Arezzo né l’una né l’altra. Lui per dimostrare che un disco si può spiegare anche tra le slides di un Power Point. Senza prendersi troppo sul serio. Ed è proprio così che il 14 gennaio 2026, sul palco de La Redazione a Roma, il cantautore siciliano ha fatto conoscere al mondo Non c’è fretta, il suo secondo lavoro in studio.

«È stato davvero intimo, familiare. È stato come essere di nuovo al mio diciottesimo compleanno. Io facevo vedere il video stupido delle minchiate che creo, giocavo con le animazioni e le transizioni e la gente reagiva in base a quanto si stava divertendo», racconta a Zeta.

Ventisette anni, due parentesi non fortunate tra X-Factor nel 2017 e Sanremo Giovani nel 2019 e un primo album solista, Non c’è mare, uscito nel 2024. Nico Arezzo si è stufato di andare di corsa. Ha scritto tredici canzoni che sono tredici inviti a sé stesso. «Non c’è fretta è un po’ un consiglio, un augurio che mi rivolgo mentre penso che non bisogna accelerare. Perché in realtà siamo tutti coscienti del fatto che le cose riescono tranquillamente anche se le facciamo con un po’ più di calma, con un po’ più di leggerezza».

La stessa leggerezza che gli permette di galleggiare sopra i tetti di Bologna, sua città d’adozione, mentre ci spiega come è nato il disco. «Ho fatto l’eremita nelle foreste della Sila. Ho preso una baita, sono stato dieci giorni lì da solo, e lì è nato tutto sotto l’aspetto della scrittura, della composizione, dell’arrangiamento. Poi, dopo questa solitudine difficile e intensa, meravigliosa però, sono andato in una casa in campagna vicino Garda, da una mia amica, con i musicisti. Non uno studio, ma un posto sicuro dove portare gli strumenti».

«Mi piaceva l’idea di starcene lì tre o quattro giorni, suonare fino alle due di notte solo perché abbiamo voglia, poi svegliarsi, fare colazione insieme, ricominciare». Un modo casalingo, spontaneo di vivere il rapporto con i colleghi artisti che si riflette in positivo nella scelta dei duetti dell’album. Dalla chimica elegante nelle strofe di sempri ‘a stissa, cantata con Anna Castiglia, fino all’esplosività funk della Bologna Bridge Band che lo accompagna in terapia d’urlo.

«Sono persone che stimo al di fuori dell’aspetto musicale, persone con cui vado a bere una birra quando capita, quando ci troviamo nelle stesse città. Proprio stasera vado a sentire i ragazzi della BBB che suonano allo Sghetto, uno dei miei locali preferiti a Bologna. Una volta che è sincero e autentico il rapporto umano prima di quello professionale, diventa solo divertente e stimolante lavorare insieme».

Non c’è fretta è anche uno spazio di sperimentazione linguistica per Nico Arezzo, che sceglie di scrivere e cantare in dialetto siciliano tre dei tredici brani. «In Non c’è mare l’unica traccia di siciliano era in Nicareddu, nata quasi per gioco. In quel siciliano c’era una sorta di distanza, di nostalgia, dovevo capire come vivere una vita così lontana dalle mie origini. Stavolta invece è come se avessi superato questa difficoltà, questo distacco, che è diventato abitudine. Adesso che lo vivo con serenità, è un rifugio, è un pensiero positivo; se prima c’era qualcosa che non riuscivo a capire, adesso c’è la voglia di cantare in siciliano anche per tornare con la mente a casa».

Un ritorno completato dalla scelta di inserire nell’album una cover di ‘u pisci spada di Domenico Modugno. «È uno dei miei pezzi preferiti tra quelli che mi faceva ascoltare mio padre da piccolo, un pezzo che da sempre ha fatto parte della mia storia musicale. Mi sembrava un bel modo di salutare la mia terra, di dire “oh, ci sono, sto tornando” e farlo con una storia di mare che chiudeva il capitolo del primo album, ma ne iniziava uno nuovo, fatto col siciliano. Mi sembrava tutto coerente».

Ora Arezzo è pronto a salpare. Ansioso di suonare in primavera sui palchi italiani un album nato dalla solitudine, ma pensato per l’abbraccio dei circoli, dei locali, dei club. «Mi sento come un ragazzino delle medie il giorno prima della gita. Quando penso a come voglio trasmettere quest’album a chi mi ascolta, penso a un set potente, in cui le persone possano vivere qualsiasi forma di emozione. Sogno un concerto da cui si possa uscire pieni di dubbi, dicendo: “aspetta, voglio un attimo capire che cosa è successo”. Perché sarà così, con quello spirito, che ce la vivremo anche noi sul palco».