«Folle ipnotizzate seguono profeti strampalati, voci irrazionali scatenano atti fanatici e il pensiero magico scalza buonsenso e competenza». Mark Lilla, politologo e professore alla Columbia University, descrive il tempo presente con uno scenario tristemente ricorrente nella storia occidentale. Quando la negazione della verità prende il sopravvento, il dibattito pubblico si svuota e il potere asseconda consapevolmente forme arcaiche di irrazionalità. La ricerca del consenso attraverso la semplificazione è qualcosa di organico alla alla propaganda politica, il rifiuto della complessità passa dal riconoscimento di una disposizione diffusa all’ignoranza.
La volontà di non sapere non ha però trovato nella tradizione occidentale interesse teorico e speculativo come la voglia opposta, quella di sapere. A rappresentarla, e a comporne una genealogia, sono state invece opere di immaginazione, miti antichi, epica, romanzi, teatro.
Nell’Estasi dell’ignoranza (Luiss University Press, trad.it Mattia Ferraresi) Mark Lilla ripercorre una storia culturale della non conoscenza, attraversando miti e religioni, per riflettere sulle radici e sulle conseguenze di una “disposizione”.
In principio c’è Edipo e la paura di conoscere, l’ignoranza come scudo, la fuga dalle verità private divenuta paradigmatica con Freud. Lo stesso avviene con verità esterne all’individuo, una chiusura rispetto tutto ciò che può gettare un dubbio su ciò che già si crede si sapere. Nietzsche è il primo a parlare di «un rifiuto a lasciare che le cose si avvicinino», di una forma di soddisfazione per l’oscurità. Secondo Lilla non si tratta di una disposizione naturale, di un innato rifiuto alla curiosità. È qualcosa che ha a che fare con modelli di pensiero strutturati dal mito e dalla religione. C’è una forma arcaica di invito all’ignoranza: «gli déi pagani detestavano i curiosi nei miti dell’antico Mediterraneo e del vicino oriente la tensione tra il desiderio di acquisire conoscenza e quella di evitarla appare come una lotta brutale per il potere, in cui gli dei ci vedono come concorrenti». Anche il Dio biblico preferisce rimanere nascosto aglio occhi degli uomini, da sempre all’umanità viene sconsigliata la curiosità. Con Paolo Di Tarso si passa poi ad una forma primordiale di anti-intellettualismo, che passa dal disprezzo dei dotti e dalla celebrazione degli “stolti”, di chi è puro perché non sa. Per Mark Lilla «non è esagerato affermare che la storia del populismo occidentale, spirituale e politico, iniziò con Paolo».
Ancora oggi l’irrazionale religioso e magico è alla base di strutture mentali intrinsecamente disposte alle ideologie totalitarie, al rifiuto del confronto e della revisione critica. C’è anche un’altra manifestazione della volontà di ignorare, una forma di nostalgia storica per un passato politico mai sperimentati direttamente. In America e in Europa è sempre più frequente il ricorso a narrazioni che richiamano stagioni politiche e culturali in tono elegiaco, quasi sempre in operazioni di legittimazione ideologica. La scorciatoia più efficace rimane la religione, sempre più adoperata dalla politica: «chi cerca soluzioni e un conforto non si accontenta dei paper di ricerca. Cerca disperatamente una voce dall’aldilà che intervenga nel qui e ora, riveli ciò che non può essere visto o compreso e prometta il controllo su di esso. Ecco perché una profezia che si oppone alla ragione, pronunciata da una figura che ha abbandonato le sua facoltà razionali, potrebbe sembrare la voce più autentica di Dio, in questi momenti la cornamusa ha un chiaro vantaggio sul saggio».
Il paradosso della contemporaneità è la continua sollecitazione a prendere posizione rispetto a temi che richiederebbero studio e approfondimento. Allo stesso tempo però l’esposizione al giudizio, e al crollo della convinzioni, è accelerata ma soprattutto pubblica: «sentirsi ignoranti o vedersi smascherati in publico è profondamente vergognoso e quando qualcuno lusinga le nostre opinioni precedenti con prove inventate, le persone lo accolgono volentieri. La grande divisione di classe ai nostri giorni non è tra ricchi e poveri, è tra coloro che hanno un’istruzione superiore e sanno come distinguere fatti e falsità e coloro che non hanno quell’istruzione e provano risentimento verso coloro che ce l’hanno. Alcuni leader politici se ne nutrono come pidocchi».
Il libro di Mark Lilla si apre e si chiude con una versione contemporanea del mito della caverna di Platone. I “prigionieri” sono due e indossano un visore che li proietta in un mondo virtuale. Dopo essere stati liberati nel mondo della realtà e della luce, gli viene richiesto a loro volta di andare nella caverna e liberare un altro prigioniero. Al momento del ritorno il più giovane però rifiuta di uscire e di conoscere altro, è terrorizzato dalla realtà. Questo secondo Lilla è il grande problema del nostro tempo, il rifiuto consapevole della conoscenza.