«Dopo quella sentenza, nessuno ha più potuto dire “non sapevo”». Sono le parole pronunciate a Zeta da Pietro Grasso, giudice a latere del maxiprocesso, nell’anniversario della sua apertura. Il 10 febbraio 1986, a Palermo, si aprono per la prima volta le porte dell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone. Uno spazio ottagonale, immenso, più grande di qualsiasi altra aula giudiziaria italiana. Che è rimasto a ricordare il motivo per cui fu costruito: contenere i 475 imputati della prima e più grande operazione giudiziaria contro la criminalità organizzata siciliana, oltre ai loro avvocati e ai giornalisti. «Fu la dimostrazione che lo Stato, quando si riconosce comunità, può affrontare qualsiasi fenomeno che metta in pericolo la libertà dei cittadini».
Il processo arriva dieci anni dopo l’inizio di un attacco frontale allo Stato da parte di Cosa nostra, un’escalation di violenza contro magistrati, poliziotti e politici proseguita anche con la seconda guerra di mafia. Sono molti gli uomini delle istituzioni uccisi nei primi anni ‘80: dal presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella al segretario regionale del Pci Pio La Torre, autore nel 1982 della proposta di legge che introduce il reato di associazione di tipo mafioso, con l’articolo 416-bis. Uno spartiacque che permette al pool antimafia di Palermo di perseguire gli imputati non più come singoli criminali, ma come membri di un’organizzazione gerarchica e criminosa.
A dare un volto e una struttura a Cosa nostra sono anche le parole dei pentiti, che, a partire dalle confessioni di Tommaso Buscetta, permettono ai magistrati di ricostruire gerarchie, ruoli, alleanze. Ma il processo resta una sfida enorme. «Sentivo una grande responsabilità. Dopo gli insuccessi dei precedenti processi dovevo giudicare con imparzialità, affinché il giudizio fosse affermazione di verità e giustizia», ricorda Grasso.
Dopo 349 udienze, il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise pronuncia la sentenza: più di 300 condanne per omicidio, traffico di droga, estorsione e associazione mafiosa, per un totale di più di 2500 anni di carcere complessivi. Quarant’anni dopo, quella vittoria non è definitiva. «La mafia non è stata definitivamente sconfitta. Ha cambiato volto, ha quasi smesso di sparare, ma continua a infiltrarsi nella società e nei circuiti dell’economia, della pubblica amministrazione, del consenso. Si nasconde dietro le apparenze della legalità, con una strategia del silenzio e della rispettabilità, nella speranza che la normativa antimafia venga lentamente svuotata, distrutta dall’indifferenza e dal tempo».
È per sensibilizzare la società civile, «spesso indifferente e rassegnata su questi temi», che esce oggi nelle librerie “U’Maxi”, in cui Pietro Grasso torna in quell’aula bunker col racconto: «Rivedendo le registrazioni delle udienze ho riscoperto quanto di quella vicenda sia stato distorto dal tempo, o semplicemente dimenticato». Il libro si rivolge in particolare ai giovani che nel 1986 non erano ancora nati, perché «capiscano che legalità e libertà non si ereditano, ma vanno conquistate ogni giorno».
«Il maxiprocesso ha dimostrato l’esistenza di Cosa nostra e la sua dimensione unitaria, verticistica, che rappresenta un sistema di potere che riesce in maniera silenziosa a condizionare società, economia e politica. Non fu solo una battaglia vinta nelle aule di giustizia, ma una svolta di civiltà».