Gli allenamenti domenicali del Royal Roma Cricket Club, squadra di Serie A in cui giocano insieme indiani, pachistani e bengalesi, finiscono quasi sempre al tramonto. Domenica 15 febbraio il campo di Valle dell’Aniene si svuota prima. Qualcuno controlla il telefono, nessuno ha voglia di continuare la partitella. A migliaia di chilometri di distanza, allo stadio R. Premadasa di Colombo, in Sri Lanka, le nazionali di India e Pakistan si giocano la vetta del Girone A del Campionato del Mondo T20. Una rivalità che va oltre il campo, segnata da una storia politica turbolenta e feroce.
«Ci guarda tutto il mondo», dice Jashan, 23 anni, indiano, uno dei giocatori del Royal Roma. India–Pakistan è la partita più attesa del torneo e i numeri lo confermano: secondo una prima stima, la sfida di domenica ha attirato sulla sola piattaforma indiana Jio Hotstar circa 454 milioni di spettatori, più del triplo del record di 137,8 milioni del Super Bowl 2026. «Per noi non è solo una partita», aggiunge Jashan. «È come una guerra». Un’affermazione che risente del breve conflitto dello scorso anno, quando l’escalation tra India e Pakistan per il Kashmir aveva fatto temere uno scontro su vasta scala.
Quasi tutti i wicket-keeper, i giocatori che stazionano ai lati del campo e sono meno coinvolti nell’azione, nascondono il cellulare in tasca o dietro le bandierine. Gli occhi scorrono sulle formazioni annunciate dall’head coach, mentre lanci e battute continuano stanchi al centro del parco. Ciascuno è collegato al portale dell’International Cricket Council o paga un piccolo abbonamento alle pay-tv. «Quello che succede fuori dal campo, la reazione della gente, forse conta più della partita», sostiene Mubi, bangladese in Italia da dodici anni. «È una partita che non puoi non vedere».
Alle 14:30 ora italiana, mentre le due squadre sono schierate per gli inni nazionali, una parte del Royal Roma si ritrova in una pizzeria del quartiere Don Bosco. Attorno a un tavolo ci sono sei persone e qualcuno si affaccia per un saluto, tra samosa ancora bollenti e focacce con kebab e peperoncino. Il titolare del locale si chiama Rajwinder Singh, per tutti Gigi, imprenditore e presidente del club. Con lui il cugino Mandip, fioraio detto Marco, e Nagendra, giovane laureato in Nanotecnologie alla Sapienza. Sono tutti indiani tranne Munib, pachistano. È lui a dirlo con più calma di tutti: «Vincerà la partita chi regge meglio alla pressione».
Fino a poche settimane fa questa partita rischiava di non giocarsi affatto. A gennaio il Bangladesh, una delle venti nazionali qualificate ai Mondiali, aveva annunciato che non sarebbe sceso in campo in India per motivi di sicurezza. Il Pakistan si era schierato al suo fianco, minacciando di boicottare la sfida con l’India. Dopo giorni di trattative, anche a livello governativo, Islamabad ha fatto marcia indietro. L’interesse globale per India–Pakistan e il suo peso economico hanno prevalso sulle tensioni politiche. «Non è un caso che questa partita finisca sempre nella fase a gironi. Gran parte del giro d’affari deriva da questa sfida», osserva Gigi, seduto davanti al televisore tra un’immagine di Alberto Sordi che mangia spaghetti e un ritratto del leader sikh Jarnail Singh Bhindranwale.
Verso la fine del secondo inning, la vittoria dell’India sembra ormai certa. Il Pakistan ha giocato una gara deludente, perdendo di 61 punti. «Ci aspettavamo più grinta», osserva Nagendra. Tutti prendono in giro Munib, che fa finta di alzarsi e andarsene, ma resta seduto fino alla fine della partita. Nonostante il capitano del Pakistan, Salman Agha, e il suo omologo indiano, Suryakumar Yadav, non si siano stretti la mano al lancio della moneta, al fischio finale Gigi, Munib e gli altri si abbracciano. India e Pakistan potrebbero rincontrarsi nella seconda fase che precede le semifinali. Marco osserva e sussurra, come parlando a se stesso: «È un peccato ci sia sempre troppa politica».