Le note dei Doors si mescolano con il rumore delle pale degli elicotteri, mentre il fumo giallo, dal basso, invade lo schermo. «This is the end». Quando entra la voce di Jim Morrison, la macchina da presa si sposta lentamente verso destra, seguendo le fiamme che divorano la giungla indocinese. È l’incipit di Apocalypse Now, il film cult diretto nel 1979 da Francis Ford Coppola. Ma con la morte di Robert Duvall, avvenuta il 15 febbraio nella sua casa in Virginia, quella frase sembra chiudere definitivamente una stagione del cinema iniziata mezzo secolo fa.
Nato nel 1931, premio Oscar nel 1984 per Tender Mercies, sei candidature complessive, Duvall è stato capace di muoversi tra colossal e cinema indipendente, ruoli epici e personaggi di silenziosa intensità. L’attore statunitense è morto lasciando un’eredità legata a doppio filo alla visione di Coppola, che ha saputo sfruttare al meglio la sua capacità di sottrarre enfasi alla mostruosità, rendendo la violenza un elemento ordinario, quasi banale, della condizione umana.
In Apocalypse Now, il suo tenente colonnello Kilgore entra in scena con un cappello da cowboy e un fazzoletto giallo al collo. «Mi piace l’odore del napalm al mattino», dice con la stessa pacatezza di chi descrive l’aroma del caffè fumante nella tazza. Per lui la guerra è uno spazio dove sentirsi vivo e dare sfogo a una smania infantile di potere, tanto da ordinare un bombardamento con la Cavalcata delle Valchirie di Wagner in sottofondo. Non per seguire una strategia militare, ma per liberare la spiaggia e permettere ai suoi uomini di fare surf.
Il Kilgore interpretato da Duvall incarna l’ipocrisia di una civiltà che, per dirla con le parole del capitano Willard, «fa a brandelli con una mitragliatrice ma poi offre un cerotto». È un personaggio perversamente attraente perché incoerente e contraddittorio. Distribuisce carte di morte sui cadaveri dei vietcong per poi aiutare altri profughi a salire sull’elicottero. Offre la sua borraccia a un nemico ferito che chiede acqua, ma lo ignora non appena un sottoposto lo distrae con la notizia di una mareggiata favorevole.
Prima di approdare nella giungla del Vietnam, Duvall è passato per la penombra della villa dei Corleone. Nel 1972, Coppola ha ridefinito il gangster movie con Il Padrino, costruendo un mondo tribale fondato su codici d’onore e brutali regolamenti di conti. Il Tom Hagen di Duvall è l’antitesi di Kilgore, eppure ne condivide la stessa funzione: rendere operativa la violenza. Hagen è il consigliere che non impugna armi, l’unico estraneo al legame di sangue siciliano che garantisce la tenuta della struttura criminale. Si sposta tra scaffali di libri e scrivanie, traduce i desideri di vendetta di Don Vito in strategie legali e contratti. È la mente fredda che trasforma l’istinto omicida in pratica burocratica, l’uomo che sa come muoversi tra le pieghe della legge per servire l’illegalità.

Ma c’è un terzo Duvall, lontano dal fragore delle bombe e dalla brutalità della mafia. È quello di Tender Mercies, il film che gli vale l’Oscar. In quel dramma intimo del 1983 firmato da Bruce Beresford, l’attore californiano interpreta Mac Sledge, cantante country alcolizzato finito in un motel sperduto del Texas. Sledge si sveglia in una stanza squallida, senza soldi e prospettive, dopo una notte di bevute. Qui l’attore canta con la sua voce, senza doppiaggi né finzioni, arrivando persino a scrivere parte delle canzoni.
Robert Duvall ha attraversato più di sessant’anni di storia del cinema statunitense. Ha accumulato ruoli in produzioni colossali e progetti indipendenti che hanno segnato il passaggio dalla vecchia Hollywood al cinema d’autore degli anni Settanta. Ha fondato una casa di produzione, diretto film, recitato fino all’ultimo mantenendo una straordinaria densità interpretativa.
«Someday this war’s gonna end», dice Kilgore inginocchiato sulla spiaggia vietnamita. Poi si alza e si allontana, lasciando Willard e gli altri a contemplare quella verità scomoda. Kilgore sa che un giorno la guerra finirà e con essa sparirà l’unico mondo in cui lui ha uno scopo, un’identità, una ragione per esistere.
La profezia si è compiuta. La guerra è finita e il suo interprete ha lasciato la scena. Ma il napalm continua a bruciare sullo schermo, come se neanche il tempo potesse spegnerlo.