A Centocelle, nell’ultimo giorno di Sha’bān, prima che inizi il Ramadan, l’atmosfera è quieta, d’attesa. Nel mercato di via degli Aceri, tra cassette di datteri e sacchi di spezie, Rabeh sistema la merce e controlla le consegne, mentre scambia due parole con i clienti abituali. È il gestore del Mercato arabo di Centocelle, punto di riferimento per i musulmani del quartiere.
Alle 14 lascia l’attività al fratello per un’ora di pausa. Esce e percorre via degli Aceri, una strada punteggiata di insegne alimentari, macellerie halal, panifici tunisini, minimarket marocchini, accanto a negozi italiani e bengalesi. Saluta tutti per nome, si ferma a parlare.
Dopo una breve passeggiata entra nel ristorante tunisino del quartiere, quello che gli ricorda i sapori di casa: la madre è tunisina, lui originario del Marocco, nato e cresciuto a Napoli, poi trasferito a Roma. È seduto a tavola nell’ultimo giorno prima del digiuno, mentre spiega cosa significa davvero Ramadan.
«Non è solo smettere di mangiare», dice. «È disciplina, è intenzione. È ricordarsi perché lo fai. Non un’abitudine culturale, ma un tempo che nasce nella rivelazione». Il pasto è più abbondante del solito, quasi un saluto al cibo prima dell’astensione. Arriva un tajin fumante, profumato di spezie, poi tanti altri piatti che vengono condivisi al centro del tavolo. Il banchetto si chiude con un tè caldo ai pinoli. È un momento conviviale, ma si percepisce la concentrazione che servirà per affrontare i giorni che verranno.
«Per capire quando iniziare il Ramadan, sarebbe importante seguire le indicazioni del Paese in cui vivi», continua Rabeh. La moschea di riferimento è a pochi passi, in via dei Gladioli. «Se ognuno segue un calendario diverso, la ummah, la comunità, si disgrega. Dovremmo essere uniti».
Non è sempre semplice trovare un criterio univoco: c’è chi segue la data del Paese d’origine della famiglia, chi quella della moschea locale. In Italia, il Centro Islamico Culturale d’Italia (l’ente che sovrintende la Grande Moschea di Roma, l’unico organismo musulmano ufficialmente riconosciuto dallo Stato) coordina l’annuncio ufficiale attraverso un protocollo condiviso con l’Istituto nazionale di astrofisica che unisce autorità religiose e osservazione astronomica.

Il 17 febbraio si è tenuta la conferenza nazionale per l’osservazione della luna che segna l’inizio del mese di Ramadan. Il criterio adottato riguarda la visibilità della falce lunare, cioè la sottilissima porzione illuminata della Luna che appare subito dopo il novilunio. Perché il mese abbia inizio, la falce deve essere potenzialmente osservabile dopo il tramonto: in altre parole, la Luna deve tramontare dopo il Sole e trovarsi in una posizione tale da poter essere vista a occhio nudo.
Le simulazioni astronomiche hanno mostrato che quella sera la falce era troppo sottile e troppo vicina al Sole per essere visibile. Questo significa che, pur essendosi già verificata la congiunzione astronomica (il novilunio), non c’erano le condizioni per confermare l’inizio del nuovo mese lunare. Per questo motivo, alle 18:37 è stato pubblicato il comunicato ufficiale: il giorno successivo sarebbe stato ancora l’ultimo di Sha‘bān e il Ramadan sarebbe iniziato il 19 febbraio, dopo il completamento dei trenta giorni del mese precedente.
Il Corano stabilisce con chiarezza la scansione del digiuno: «Mangiate e bevete finché non si distingua per voi il filo bianco dell’alba dal filo nero della notte; poi completate il digiuno fino al tramonto». Rabeh cita il testo con fermezza: «Ogni musulmano che conosco osserva questo precetto. Io mi alleno quasi ogni giorno e, anche durante il Ramadan, rispetto il digiuno. Se guardiamo gli atleti professionisti, diventa qualcosa di interessante e bello: è disciplina».
Ma non è solo l’astensione dal cibo a definire il Ramadan. «È la consapevolezza che lo accompagna. L’intenzione è tutto», aggiunge. «Per questo ci sono persone che non devono digiunare: donne durante le mestruazioni, anziani, bambini, malati o chi è in viaggio. Nell’Islam il corpo è un affidamento, va preservato. Non c’è nulla al di sopra della tutela della vita e della salute».

Il 19 febbraio, a Roma, l’alba è alle 05:22. Prima della preghiera del mattino, Rabeh si sveglia per il suhur, il pasto che precede l’inizio del digiuno. Sul tavolo mette pochi datteri scuri e una ciotola di fiocchi d’avena ammorbiditi nel latte. È una scelta semplice, quasi essenziale. I datteri gli danno energia immediata, l’avena è più lenta, più stabile. Mangia in silenzio, senza fretta. Da quel momento, fino al tramonto, non toccherà né cibo né acqua.
Alle 17:48 arriva l’iftar, il momento in cui si rompe il digiuno, al tramonto. Tradizionalmente inizia con un dattero e un sorso d’acqua, seguendo l’esempio del Profeta, poi arriva il pasto vero e proprio. Anche Rabeh fa lo stesso. Davanti a lui una zuppa rossa e densa, con chicchi di riso che emergono dal pomodoro e dalle spezie. Subito dopo un piatto di fusilli con zucchine saltate, ancora verdi, tagliate sottili e lucide d’olio. «Mi piace mangiare anche la pasta a cena», sorride: «È un modo per mescolare le culture». Accanto alla pasta, su un piatto ovale, involtini dorati e croccanti, serviti con una fetta di limone. Il pasto è completo, ma composto. Non è un’esplosione dopo la privazione: è un ritorno graduale.