A Gaza l’età non si misura con i compleanni, ma in cicli di distruzione. «Non contiamo gli anni con eventi importanti della vita come la laurea, li contiamo con le guerre che abbiamo vissuto. Io sono vecchia di sette guerre». Eman Ashrah Alhaj Ali, giornalista freelance palestinese evacuata dalla Striscia solo nell’aprile 2025, ha aperto uno dei momenti più intensi di Voices, che ha dedicato due panel centrali al macrotema del reporting under fire, analizzando come il racconto di quanto avviene a Gaza stia riscrivendo non solo la storia del Medio Oriente, ma le regole stesse del giornalismo mondiale.
Dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas ad Israele, il bilancio per chi tenta di informare è senza precedenti: 261 tra giornalisti e operatori dei media uccisi. Come sottolineato dalla moderatrice Catherine Cornet (Internazionale) «in questo conflitto le norme tradizionali sono saltate: Se in Iraq esisteva il giornalismo embedded, a Gaza la chiusura è totale». L’unica fonte rimasta è la voce di chi è dentro, costretto a una “documentazione sotto il fuoco” che nulla ha a che fare con la teoria accademica.
«Fare giornalismo a Gaza significa scrivere sotto i bombardamenti e caricare il telefono con i pannelli solari», racconta Eman. Per lei, «fare reporting in zone di guerra non è coraggio, è accuratezza». Un’accuratezza che deve scontrarsi con un linguaggio informativo diventato campo di battaglia. Spesso i media internazionali hanno utilizzato termini come “conflitto” per edulcorare la realtà o hanno omesso sistematicamente i soggetti dei bombardamenti. Eppure, per la giornalista, la scelta è binaria: «Il pericolo più grande non è la morte, ma il silenzio, perché stare in silenzio significa essere neutrali».
In collegamento con il festival è intervenuta Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati: «Il diritto internazionale da solo non basta. Serve l’etica nella politica. Serve responsabilità». Albanese ha denunciato un sistema di guerra tecnologica senza precedenti, dove l’intelligenza artificiale viene utilizzata per prendere di mira intere famiglie, mentre 1,9 milioni di persone sopravvivono in tende di fortuna sulla spiaggia della Striscia.

Il panel ha dato voce anche a chi, dall’interno della società israeliana, prova a rompere il muro della propaganda. Per Meron Rapoport (+972 Magazine), nonostante l’accesso privilegiato a fonti militari e politiche, la maggior parte dei media dello Stato ebraico ha scelto di ignorare la realtà della guerra. «Il 60% degli israeliani afferma che non ci sono innocenti a Gaza», ha riportato Rapoport, sottolineando come le vite palestinesi siano state de-umanizzate ben prima del 7 ottobre.
Yousef Khader Habache del sindacato dei giornalisti palestinesi ha sottolineato la necessità di smascherare l’ipocrisia dei valori europei: «Parlare di Palestina, di giustizia e diritti umani non significa essere antisemiti». Il giornalismo, nel contesto della Nakba permanente che vive il popolo palestinese, diventa dunque un atto ontologico di cura dell’altro.
In un’epoca in cui il linguaggio del potere tenta di mimetizzarsi dietro parole come “pace” e “ricostruzione”, il Voices Festival ha riaffermato che il ruolo del cronista è garante della verità.