Esclusiva

Dicembre 19 2025
«Solo i mostri giocano a fare Dio», Del Toro riscrive Frankenstein

Il mito di Mary Shelley riletto come manifesto sulla paternità tra colpa, dolore e perdono

Sangue, carni violate, corpi smembrati e poi ricomposti: immagini crude e perturbanti che accompagnano un racconto intimo, incentrato sulla responsabilità e sul fallimento della paternità, sul bisogno di perdono e sul desiderio di essere riconosciuti. Nel Frankenstein del regista messicano pluripremiato Guillermo del Toro, presentato per la prima volta alla ’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 30 agosto 2025 e successivamente pubblicato sulla piattaforma Netflix il 7 novembre, il mito di Mary Shelley si rivela non come una mera riscrittura gotica, ma come un’elegia sulla tenacia della vita. Il risultato è un film denso, sontuoso e ambizioso, che riafferma la centralità del mostro come figura tragica, più umana degli uomini che lo circondano.

Ambientato in un’Europa fuori dal tempo, Frankenstein segue la parabola del dottor Victor Frankenstein, interpretato da un Oscar Isaac trattenuto e tormentato, scienziato ossessionato dall’idea di piegare la morte al sapere umano. Il suo esperimento — un essere assemblato con parti di corpi diversi e riportato in vita attraverso un atto di hybris scientifica — non è però il centro spettacolare del film, bensì il punto di rottura morale da cui si dispiega una catena di colpe, rimozioni e silenzi. La creatura, interpretata da Jacob Elordi, cresce nell’ombra del rifiuto: respinta dalla società, temuta per il suo aspetto, e soprattutto abbandonata dal suo stesso creatore. Il film ne segue il percorso dall’innocenza alla rabbia, fino a un sorprendente approdo di consapevolezza e compassione, che culmina in una frase chiave, pronunciata nel finale: «Victor… I forgive you. Rest now, Father. Perhaps now, we can both be human». È in questo rovesciamento — il figlio che perdona il padre, il mostro che diventa un uomo e l’uomo che si riconosce come mostro — che il film trova la sua verità.

Del Toro costruisce un’opera riconoscibile e coerente con la sua filmografia: il suo è un cinema che ha sempre trovato nei mostri un veicolo privilegiato per parlare dell’umano. La regia è elegante, capace di alternare inquadrature monumentali a primi piani ravvicinati che insistono su pelle, cicatrici e sguardi, come se il corpo stesso fosse un testo da decifrare. Il film rinuncia consapevolmente ai meccanismi dell’horror tradizionale per una dimensione melodrammatica che permette alla narrazione di scavare con maggiore profondità nelle relazioni e nei conflitti interiori.

È il lavoro sulla fotografia di Dan Laustsen, che trasforma ogni scena in una composizione pittorica. Il chiaroscuro domina l’immagine, richiamando una tradizione caravaggesca fatta di contrasti netti, di luce che emerge dal buio e scolpisce i corpi. Le tonalità sono cupe, mai fredde: il laboratorio di Frankenstein non è un luogo di trionfo tecnologico, ma uno spazio pieno di polvere, sangue e rimorso. La luce non serve solo a illuminare, ma a raccontare, accompagnando il percorso morale dei personaggi e suggerendo con le immagini il confine sempre incerto tra conoscenza e colpa.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso del Toro, privilegia il dialogo e la costruzione emotiva rispetto all’azione. I tempi sono dilatati, volutamente irregolari, e non mancano momenti il ritmo si rischia di appesantire. Questa scelta risponde a un progetto preciso: Frankenstein non vuole essere un film “di eventi”, ma di conseguenze. I dialoghi oscillano tra lirismo e dolore trattenuto, e mettono costantemente in scena il tema centrale della responsabilità: non tanto la colpa di aver creato la vita, quanto quella di averla rifiutata.

La creatura incarna una sofferenza universale, quella di chi nasce senza essere desiderato e trasforma il dolore in una richiesta radicale di amore e perdono. Lontano da qualsiasi facile consolazione, assume una dimensione quasi sacramentale: non cancella la colpa, ma ne riconosce il peso, aprendo uno spazio fragile ma possibile di riconciliazione. 

Frankenstein si erge come un Cristo moderno, inteso come colui che soffre per colpe non sue e che, nel momento decisivo, sceglie di non distruggere ma di comprendere. Del Toro evita il sermone: la sua è una pietà inquieta, mai pacificata, che lascia lo spettatore con domande aperte. Come ha scritto The Guardian, il film è un “melodramma solenne”, mentre Roger Ebert lo ha definito una delle opere più personali e sentite del regista, capace di trasformare un sogno coltivato per decenni in un racconto di rara intensità emotiva.