Esclusiva

Dicembre 21 2025
Il gusto e l’estetica dell’occidente

A Villa Caffarelli una nuova mostra mette in luce l’impatto dell’arte greca sulla cultura e sulla società romane

A pochi metri dal Colosso di Costantino nei giardini di Villa Caffarelli, è in corso una nuova esposizione di reperti greco-romani. Il nome “La Grecia a Roma” è esplicativo. La mostra, articolata in cinque sezioni, ha come oggetto il legame duraturo e fecondo tra il centro dell’impero e il mondo greco. Un legame che nel corso dei secoli si è trasformato in appropriazione culturale.

Ognuna delle sezioni illumina momenti diversi di questo rapporto plurisecolare, che spazia dalla nascita dell’Urbe alla conquista della Grecia nel secondo secolo a.C. ed oltre. Qui sono stati riuniti alcune delle svariate migliaia di opere che attraversarono il Mediterraneo per giungere a Roma.

I primi frammenti di tale connessione si osservano nelle kylikes, le coppe utilizzate per bene vino, dipinte di rosso e di nero, colori tipici della tradizione attica, i cui prodotti già verso la fine del sesto secolo cominciarono ad essere importati nella penisola. I cocci, troppo mutili per restituire una visione d’insieme, permettono a chi osserva soltanto di riconoscere volti, espressioni, braccia, busti, ciocche di capelli. Intera invece la piccola statuetta di una kore (“fanciulla”) che porta con sé uno specchio. Da Ostia a Lavinium, i reperti accompagnano la storia con le loro forme e le loro immagini.

Con la Repubblica l’assimilazione artistica crebbe a dismisura e assunse i connotati di una conquista materiale oltre che culturale. Quando Roma rivolse il suo sguardo a sud ebbe inizio la sottomissione delle colonie greche (Siracusa e Taranto) e della loro madrepatria (la caduta di Corinto). Al ritorno dalle campagne militari gli eserciti portavano come bottino di guerra i tesori saccheggiati dai templi e dalle piazze delle città sconfitte. Statue, pitture, vasi, colossi. Tutti esposti in luoghi pubblici, quali portici, strade principali, biblioteche. Nella seconda sezione della mostra un cavallo di bronzo a grandezza naturale proveniente da Atene impenna nel centro della sala.

Superato il cavallo appare la statua di Ercole. Tre metri di bronzo rinvenuti nel tempietto al Foro Boario di Roma a lui dedicato. Nella mano destra impugna l’arma, la clava; nella sinistra reca con sé alcuni frutti.

All’arte seguirono poi gli artisti. Assieme ai generali giunsero architetti e artigiani. La rozzezza dell’antico sistema costruttivo etrusco-italico, basato sull’uso di legno, terracotta e tufo, lasciò il posto ai modelli greci, in cui il marmo era il protagonista.

Il gusto e l'estetica dell'occidente

I bottini di guerra trovavano posto anche in esposizioni private. I sontuosi complessi residenziali – ricchi di padiglioni e ninfei – erano il luogo perfetto per dedicarsi alla lettura e al piacere delle arti. La mostra accoglie alcune statue rinvenute negli horti sallustiani (dal nome dello storico romano), una delle residenze più conosciute della Città antica. Tra di esse la figura di Niobe in fuga. La mitologica madre di nove figli schernisce Era che di figli non ne ha nessuno e la dea, per buona misura, ordina ai gemelli Apollo e Artemide di sterminarli tutti. Ecco quindi una delle figlie, raffigurata mentre, colpita da una freccia, si contorce per il dolore. Con le braccia cerca di raggiungere la schiena, in cui è penetrato il colpo.

Il collezionismo proseguì con vigore in epoca imperiale. Da Tiberio ad Adriano passando per Nerone, che ordinò le spoliazioni dei templi di Olimpia e Delfi per trafugarne le opere ed esporle nel suo palazzo. Nel corso dei secoli l’appropriazione divenne apprezzamento, e l’apprezzamento si fece strumento. Le esigenze romane si piegarono alla duttilità dell’arte greca. Non poterono più farne a meno. In una delle sale un verso di Orazio riassume per il visitatore quello che è il senso della mostra: Graecia capta ferum victorem cepit (“La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore”).

Il gusto e l'estetica dell'occidente

Nell’ultima stanza la statua di un guerriero barbaro ferito che, in ginocchio, abbassa lo scudo, tende in avanti il braccio destro e indica al pubblico l’uscita verso i giardini.