Roberta Nicolai sa, ma non ha le prove. Proprio come scriveva Pier Paolo Pasolini, che ora la guarda da un murales all’ingresso del Teatro India di Roma, la sera dell’inaugurazione di Teatri di Vetro, festival di cui è direttrice artistica dal 2007. «Può darsi sia l’ultima volta che andiamo in scena», dice.
Sa che il Ministero della Cultura ha deciso a sorpresa di non rinnovarle il sostegno economico dopo quasi vent’anni di lavoro e ricerca, con una pesante bocciatura qualitativa difficile da motivare. Non ha le prove per dimostrare che dietro questa scelta ci sia la volontà di «colpire un progetto per il suo carattere antagonista, sovversivo».
Agli atti restano gli oltre venti punti in meno rispetto al 2024 su trentacinque disponibili ottenuti da Teatri di Vetro nelle schede valutative del MiC. Un punteggio troppo basso per accedere alle risorse del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo. Un punteggio troppo basso per essere credibile.
Per la direttrice artistica del festival si tratta di «un crollo di valutazione drastico che si fatica a comprendere. Abbiamo proposto come sempre un programma di artisti giovani e pluripremiati, penso ad Andrea Cosentino, a Fabiana Iacozzilli o al gruppo Nanou. I commissari hanno attribuito alla nostra offerta artistica 1 punto su 9. Non vedo spiegazioni, se non quella di una Commissione che più volte è stata chiamata in causa come del tutto incompetente».
Una ricerca di spiegazioni resa ancora più complessa dal fatto che Teatri di Vetro ottiene il voto più basso possibile sul piano artistico nella stessa stagione in cui si aggiudica per la prima volta una menzione speciale al Premio Ubu, il massimo riconoscimento teatrale italiano. Un trionfo che si deve – recita la motivazione ufficiale – «all’attenzione pluridecennale ai linguaggi performativi e alla cura nell’indagarne e favorirne i processi». Non abbastanza, in ogni caso, per gli standard ministeriali.
Riuscire a portare in scena questa diciannovesima edizione per Nicolai è stato «più di un semplice atto di resistenza: è stata un’azione dimostrativa di forza, di vitalità, di reazione». Uno sforzo eccezionale, come quello richiesto agli artisti e ai performer che hanno accettato di partecipare a un «presidio di pratiche e di pensiero». Uno spazio di ricerca autogestito in grado di fare affidamento solo sulle proprie risorse economiche, che non può, però, diventare la norma. Perché «significherebbe allora che quel finanziamento non ci serviva, mentre quei fondi per noi sono vitali e questo il Ministero deve saperlo».
Il dibattito sul ruolo e sull’operato delle commissioni ministeriali si era aperto già a giugno 2025, in occasione del declassamento del Teatro della Pergola di Firenze da “teatro nazionale” a “teatro della città”. Un episodio che aveva spinto la sindaca del capoluogo toscano, Sara Funaro, a parlare di «punizione politica e bullismo istituzionale» e tre commissari a rassegnare le dimissioni, in disaccordo con le decisioni maturate all’interno del MiC.
È proprio uno di loro, Angelo Pastore, a confidarci che «c’è stato un cambio di mentalità culturale, di approccio. Giusto o sbagliato, siamo in democrazia, hanno vinto, per carità di Dio. Ma nel momento in cui tu dai importanza ai numeri, agli incassi, è evidente che tutte quelle realtà che hanno una storia o che svolgono una funzione, improvvisamente perdono valore».
«Noi ci siamo dimessi – prosegue l’ex commissario – perché abbiamo capito che non ci bastava più finire sempre quattro a tre. Per lanciare un allarme o comunque per dire: guardate, qui stanno cambiando radicalmente sistema, cultura, sta finendo un ciclo storico; preoccupiamoci e preoccupatevi. Non si tratta più di ottenere un punto in più o due punti in meno in una graduatoria. C’è in ballo qualcosa di molto più importante».
Sul futuro di Teatri di Vetro, invece, Nicolai non si sbilancia. «Non ci mancano gli spazi dove andare a radunarci per ragionare. Ma per valutare le pratiche, per fare le prove, per analizzare il lavoro e costruire qualcosa di nuovo, c’è bisogno di nuove economie. Questo presidio è stata una risposta artistica e politica a un’uccisione, ma non è una strada che potremo percorrere due volte».