Esclusiva

Dicembre 31 2025.
 
Ultimo aggiornamento: Gennaio 4 2026
«La Repubblica siamo noi» il messaggio del Presidente

Mattarella affida alla storia del Paese il compito di orientare il presente

Tra la Costituzione e la prima pagina del Corriere della Sera che annunciò la scelta repubblicana il 2 giugno 1946, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella consegna agli italiani il suo undicesimo messaggio di fine anno. Una scenografia pensata per richiamare le radici profonde della nostra democrazia, nell’ottantesimo anniversario della Repubblica, e proiettarle verso un futuro di impegno e responsabilità civili.

«Si chiude un anno non facile», scandisce il Presidente, indicando senza esitazioni la pace come priorità assoluta. Le immagini evocate sono dure e concrete: «le città ucraine devastate dai bombardamenti, le infrastrutture energetiche distrutte» per piegare intere popolazioni al gelo, la devastazione di Gaza, dove neonati muoiono assiderati. Davanti a questo scenario, il desiderio di pace cresce, mentre diventa – in uno dei passaggi più severi dell’intero discorso – «sempre più incomprensibile e ripugnante» l’atteggiamento di chi lo nega appellandosi alla forza: la sopraffazione non può mai essere strumento di ordine o di soluzione dei conflitti.

La pace, insiste il Presidente, non è soltanto un obiettivo diplomatico, ma una categoria culturale e civile, «un modo di pensare» che riguarda i rapporti tra Stati come quelli tra persone. In questo quadro rilancia l’esortazione natalizia di papa Leone XIV a «respingere odio, violenza e contrapposizione» e soprattutto a «disarmare le parole»: il linguaggio dello scontro permanente, delle accuse urlate e delle contrapposizioni sistematiche non costruisce pace, ma logora la convivenza e indebolisce la democrazia.

Dal presente il discorso si apre alla memoria, assumendo la forma di un «album immaginario della storia della Repubblica». Il fotogramma iniziale è dedicato alle donne, chiamate al voto per la prima volta nel 1946. Un passaggio che sancì l’ingresso delle donne nella cittadinanza politica. Un cammino, ricorda il Presidente, che «non ha ancora raggiunto i risultati auspicabili», segnalando come la piena parità resti una sfida aperta.

Seguono l’Assemblea costituente e la Costituzione, «lo spartiacque della nostra storia» che hanno reso l’Italia «non uno Stato che domina, ma uno Stato che riconosce diritti inviolabili, libertà personali e autonomie sociali». Scorrono le immagini della ricostruzione, dell’Europa dei Trattati di Roma, del miracolo economico.

Il lavoro resta al centro come «leva fondamentale dello sviluppo»: la libertà sindacale, la sicurezza, l’equità delle retribuzioni ne sono i pilastri «irrinunciabili». Accanto ad esso, il servizio sanitario nazionale come garanzia di dignità umana e di uguaglianza per tutti, fondamento irrinunciabile della nostra Repubblica.

Poi le pagine più oscure, «la notte della Repubblica»: le stragi, il terrorismo, le vittime della violenza. Ma anche la reazione dello Stato, «più forte del terrore grazie all’unità delle istituzioni» e all’esempio di cittadini come Falcone e Borsellino, simboli permanenti di legalità.

«Parte integrante della nostra Repubblica, custodi della nostra identità collettiva» la cultura, l’arte, la letteratura, il cinema e la musica; lo sport, «antidoto alla violenza giovanile e alle droghe», che unisce, crea appartenenza e regala orgoglio nazionale dalle Olimpiadi di Roma del 1960 fino ai prossimi Giochi di Milano-Cortina; il cibo e il vino, «patrimonio internazionale».

Ma la memoria non è autocelebrazione: serve ad affrontare le fratture del presente. Povertà vecchie e nuove, diseguaglianze, corruzione, evasione fiscale, reati ambientali: crepe che minacciano la coesione sociale, «un bene prezioso ma mai definitivamente acquisito». «La Repubblica siamo noi», afferma Mattarella, richiamando ciascuno alle proprie responsabilità. E qui emerge la domanda centrale del suo messaggio: «Cosa posso fare io?». Un appello diretto: ogni cittadino è chiamato a contribuire alla costruzione dei valori repubblicani e al bene comune.

Ai giovani si rivolge il cuore del messaggio del Presidente, non una generazione apatica, diffidente o arrabbiata: «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro». A loro è affidata la responsabilità di partecipare attivamente alla vita civile, in continuità con la storia di sacrificio e impegno di tante generazioni di italiane e italiani.