IL CAIRO. Sulla riva est del Nilo, nell’antica Tebe, due file parallele di sfingi dall’espressione stoica e sei statue colossali di Ramses II, tre per lato, fanno la guardia a un portale in mattoni color sabbia alto 24 metri. Il tempio di Luxor, complesso monumentale egizio iniziato nel XIV secolo a.C., ha perso la sua perfetta simmetria. Nel 1830 uno dei due obelischi gemelli che adornavano l’entrata del luogo sacro fu trasportato a place de la Concorde a Parigi, dove tuttora si erge, rompendo l’armonia immaginata dai faraoni. Dall’inaugurazione del Grande Museo Egizio (Gem) del Cairo il 1° novembre 2025, in una cerimonia fastosa alla presenza delle delegazioni di 79 stati, la sorte analoga toccata a migliaia di opere d’arte egizie è tornata a far discutere.
«I paesi che si sono rifiutati di restituirci i nostri manufatti ci hanno sempre detto “perché dovremmo mandarveli? Avete pessimi musei”, ma in questo momento i musei europei non mi sembrano più sicuri dei nostri», ha dichiarato il 26 dicembre al Washington Post Zahi Hawass, celebre archeologo ed ex Ministro delle antichità egiziano, che da anni si batte per vedere rimpatriati i capolavori trafugati. Nonostante negli ultimi dieci anni l’Egitto sia riuscito a recuperarne circa 30 mila, quelli esposti all’estero restano numerosi.
L’apertura al pubblico del museo a Giza il 4 novembre 2025, dopo 33 anni di progettazione e 20 di lavori, rafforza le parole di Hawass. Con oltre 500 mila metri quadrati di superfice e migliaia di opere esposte, si tratta di una struttura che ha battuto ogni record. Soprannominato «quarta piramide» per le sue dimensioni e per la vicinanza alle tombe di Cheope, Chefren e Micerino il Gem si è conquistato il titolo di museo archeologico più grande del mondo e ha tolto al Louvre di Parigi il suo primato. La grandiosità del luogo si percepisce dall’atrio dove, con i pugni stretti, le braccia tornite e la postura decisa, un colosso di 12 metri d’altezza e 83 tonnellate di granito rosso dà il benvenuto alle centinaia di visitatori che ogni giorno varcano le soglie dell’edificio.
Un’imponenza che impallidisce al cospetto di dieci chili d’oro modellati in lineamenti delicati e femminei intarsiati da motivi di lapislazzuli e coralli. È la maschera di Tutankhamon, vero gioiello del museo e parte della collezione funeraria del re-fanciullo, esposta per la prima volta integralmente.
Tra i tesori in mostra al museo mancano, però, opere iconiche come lo zodiaco di Dendera, bassorilievo trasferito a Parigi nel 1821 e dal 1922 collocato al Louvre, la stele di Rosetta, scoperta dalle truppe napoleoniche nel 1799 e conservata al British Museum di Londra, e il busto di Nefertiti, trasportato in Germania all’inizio del XX secolo e in mostra al Neues Museum di Berlino.
Secondo l’ex Ministro, nessuna scusa atta a evitare la restituzione degli artefatti sta in piedi poiché «non c’è museo che regga il confronto con il Gem». Affermazione avvalorata dal furto al Louvre del 19 ottobre 2025, quando una banda di ladri travestiti da operai ha sottratto otto gioielli della corona francese. L’ultimo di una lunga serie di falle nella sicurezza dimostrate negli anni dalle strutture europee.
Dall’apertura del Grande Museo «non si può più dire che l’Egitto non sia in grado di proteggere i suoi artefatti». Così Hawass è tornato a promuovere la petizione lanciata nel 2024 per il rimpatrio del busto di Nefertiti e che ha raccolto oltre 150 mila firme. Meno del milione auspicato, ma l’egittologo non desiste: «È tempo di restituire». È tempo che «i paesi che hanno violentato il Nilo» rendano ciò che hanno preso.







