Alle 2 di notte, le prime esplosioni hanno illuminato il cielo di Caracas. Per due ore e venti minuti, i cittadini hanno assistito impotenti all’attacco proveniente dal cielo: colonne di fumo nero si sono innalzate dagli edifici colpiti, centinaia di persone sono corse in strada terrorizzate e le fiamme in lontananza hanno illuminato interi quartieri. Oltre 150 mezzi, tra elicotteri e aerei militari statunitensi, hanno sorvolato e bombardato la capitale del Venezuela in quella che Trump ha definito «la più grande operazione militare dalla Seconda Guerra Mondiale».
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, l’attacco su larga scala contro il regime di Nicolás Maduro ha colpito la capitale Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Le esplosioni hanno raggiunto le principali basi militari del paese, tra cui il complesso di Fuerte Tiuna e l’aeroporto di La Carlota.
In un post sul social Truth, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato l’attacco, annunciando che il presidente Maduro è stato arrestato insieme alla moglie e portato fuori dal Paese. Secondo i primi dettagli emersi, la cattura è avvenuta in piena notte: i due sono stati prelevati da militari statunitensi direttamente dalla loro camera da letto.

Nell’operazione, battezzata “Absolute Resolve”, sono stati usati «elicotteri e bombardieri decollati da 20 basi di terra e navali dislocate nell’emisfero occidentale», come ha spiegato il capo dello Stato maggiore congiunto Usa Dan Caine. Sui social media sono circolati video che mostrano gli elicotteri militari statunitensi sorvolare Caracas. Secondo i media americani si tratterebbe di MH-47 Chinooks del 160esimo Special Operations Aviation Regiment, l’unità di elicotteri delle forze speciali che si è occupata anche dell’operazione di cattura di Osama bin Laden nel 2011.
Ancora da chiarire il numero preciso di feriti e vittime. Il ministro degli Esteri venezuelano Yvan Gil ha confermato la presenza di vittime, oltre a danni ad installazioni sia civili sia militari, in un’intervista alla radio nazionale spagnola Rne. Il presidente Donald Trump ha escluso la presenza di vittime statunitensi, riferendo che un «paio di ragazzi» sono rimasti feriti, ma «sono tornati e a quanto pare stanno abbastanza bene».
L’operazione contro Nicolás Maduro è stata pianificata con largo anticipo e preparata attraverso una complessa attività di intelligence. Donald Trump ha dichiarato di aver seguito l’azione in tempo reale dalla sua residenza di Mar-a-Lago, spiegando che il piano era stato definito quattro giorni prima ma rinviato a causa del maltempo.

In un’intervista a Fox News, il presidente ha rivelato di aver respinto un tentativo di negoziato dell’ultimo momento da parte di Maduro, paragonando la sua cattura all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani. Secondo la Cnn, i preparativi dell’amministrazione Trump erano iniziati già a metà dicembre, con l’obiettivo di rimuovere Maduro e favorire l’insediamento di un governo di transizione guidato da esponenti venezuelani. Il Washington Post riferisce inoltre che la Cia disponeva di una fonte all’interno del governo di Caracas incaricata di fornire informazioni sui movimenti e sulla routine del presidente, mentre una piccola squadra operativa sarebbe stata attiva sul campo già da agosto.
La procuratrice generale Pam Bondi ha annunciato che Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati incriminati per narcoterrorismo e possesso di armi da utilizzare a danno degli Stati Uniti. «Presto dovranno affrontare tutta la severità della giustizia americana sul suolo americano nei tribunali americani», ha concluso la procuratrice.
Maduro e la moglie sono stati trasferiti a bordo della Uss Iwo Jima, nave da guerra statunitense nel Mar dei Caraibi, utilizzata in precedenza in operazioni contro il narcotraffico. I due sono diretti a New York, dove dovranno affrontare le accuse.
Durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente statunitense ha fatto riferimento anche all’industria petrolifera venezuelana, sostenendo che gli Stati Uniti saranno «fortemente coinvolti» nel settore. Trump ha detto che le grandi aziende americane investiranno miliardi di dollari nel rilancio delle infrastrutture di estrazione, secondo lui danneggiate e sfruttate in maniera inadeguata da Caracas.
Secondo Trump, questa operazione, che ha «reso l’emisfero occidentale un posto molto più sicuro», rappresenta una versione aggiornata della dottrina Monroe, concepita dal presidente statunitense James Monroe nella prima metà dell’Ottocento, che legittimava la supremazia degli Stati Uniti sull’intero continente americano.
Il futuro del Venezuela diventa un affare americano: Washington sta individuando la leadership più adatta a governare il paese, ma nel frattempo sarà il governo statunitense a «controllare direttamente il Venezuela fino al completamento della transizione». Trump ha infine lanciato un avvertimento ai fedelissimi di Maduro, affermando che quanto accaduto all’ex presidente «può succedere anche a loro».

Di fronte a questa pressione esterna, il governo venezuelano ha rapidamente ribadito la sua linea. Subito dopo gli attacchi, il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha annunciato lo schieramento delle forze armate su tutto il territorio nazionale, escludendo qualsiasi ipotesi di resa o negoziato con Washington: «Non ci piegheranno. Non ci arrenderemo». Diverse ore più tardi, la vicepresidente Delcy Rodríguez, in una telefonata a VTV, ha confermato che Maduro aveva firmato il decreto di stato di emergenza, sospendendo le garanzie costituzionali e incaricandola di garantirne l’attuazione.
Sul fronte dell’opposizione, Maria Corina Machado ha dichiarato di essere pronta a «far valere il nostro mandato e prendere il potere», esortando i cittadini nel Paese a restare vigili e organizzati per la transizione democratica e quelli all’estero a mobilitarsi per costruire il «nuovo Venezuela». Ha chiesto che Edmundo González Urrutia, eletto presidente legittimo, assuma subito il mandato e venga riconosciuto comandante in capo delle Forze armate, sottolineando che «è arrivata l’ora della libertà», parole confermate dallo stesso González su X: «Siamo pronti per la grande operazione di ricostruzione della nostra nazione».