Contrastare la mafia sottraendo i figli dei boss a un destino di criminalità certa. È questo il progetto ambizioso di Claudia Caramanna che, alla guida della Procura per i minorenni di Palermo dal 2021, nel 2023 ha stipulato un protocollo di intesa con la Procura ordinaria sulla materia della tutela dei minori nati all’interno di famiglie mafiose.
La Dottoressa si dice orgogliosa dell’accordo: «E’ il primo a Palermo. Una svolta epocale per il Distretto della Corte d’Appello della città. In questo modo, accanto all’attività repressiva della Procura ordinaria si attiva, nel caso di soggetti indagati per associazioni di tipo mafioso o per associazione finalizzata a spaccio di stupefacenti, l’attività della Procura per i minorenni, volta ad accertare se vi siano situazioni di pregiudizio per i figli minori e a metterli in protezione, anche con le loro madri.»
Grazie alla collaborazione tra le due autorità, lo scorso febbraio è stato possibile avviare, a fronte del fermo di 183 esponenti di cinque mandamenti mafiosi della città, quasi altrettanti procedimenti civili e approfondimenti sociosanitari volti a verificare le condizioni di vita dei figli minori e a pervenire, a seconda dei casi, alla dichiarazione di decadenza della responsabilità genitoriale dei padri.
Il progetto avviato dalla Procuratrice si inserisce nel solco tracciato dall’iniziativa “Liberi di scegliere”, nata nel 2019 da un’intuizione del giudice Roberto Di Bella, all’epoca Presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, e successivamente divenuta un protocollo governativo.
«È stato il Presidente Di Bella a dare impulso a questa attività, perché ha intercettato la presenza di una sorta di vuoto normativo che rendeva difficile per le mogli di esponenti di clan mafiosi che lo desideravano, allontanarsi dal territorio insieme ai propri figli. Il protocollo è stato avviato anche grazie al contributo delle organizzazioni del Terzo settore (tra cui Libera ndr) ed è stato successivamente esteso alle procure di Palermo, Napoli e Catania».

Si tratta di una strategia di lotta alla mafia che punta alla prevenzione più che alla repressione. Per offrire ai figli dei boss un’alternativa concreta al destino criminale al quale sarebbero condannati se rimanessero confinati all’interno dell’angusto perimetro in cui sono nati e cresciuti. «Le ordinanze di custodia cautelare spesso presentano cognomi che si ripetono nel tempo. C’è quasi una trasmissione del codice genetico mafioso. Per mezzo dell’iniziativa Liberi di scegliere vogliamo sottrarre all’organizzazione possibile manovalanza e offrire ai giovani la speranza di un futuro migliore».
Le difficoltà con le quali ci si scontra sono molteplici, prima fra tutte la resistenza opposta dalle madri. «È un’attività complessa, perché va ad incidere su mentalità, su forme pseudo-culturali molto difficili da sradicare. La maggior parte delle donne mi dice: ‘non ho bisogno di niente, sto bene
dove sto’. Qualcuna invece, pur di non perdere i propri figli, ha ritenuto di aderire. Si tratta di prime testimonianze positive che aprono spazi di riflessione».
Per il suo lavoro, la Procuratrice ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali, lo scorso dicembre, il Premio Internazionale Padre Pino Puglisi assegnato «a chi resiste al cinismo, a chi non distoglie lo sguardo, a chi crede ancora nell’umanità». Ed è proprio nella parte più giovane dell’umanità che Caramanna sceglie ogni giorno di riporre le sue speranze, nonostante le numerose intimidazioni ricevute.
«Sono costretta a vivere sotto scorta, ma vado avanti con impegno, sorretta dalla convinzione di stare facendo il mio dovere. Bisogna cercare di cambiare le cose che non vanno. L’indignazione, se non viene accompagnata dall’azione, rimane sterile. Siamo fiduciosi che la proposta di legge “Liberi di scegliere”, depositata lo scorso novembre, venga approvata. Darebbe organicità ad un metodo che ancora, purtroppo, questa organicità non ha».