“La mafia è una montagna di emoji”. Una parola diversa, sempre cinque lettere, e la celebre frase gridata da Peppino Impastato nei microfoni della sua Radio Aut, nella Cinisi degli anni Settanta, mantiene il suo impatto, ma assume un significato più contemporaneo. È questa la citazione scelta da Enzo Panizio, giornalista e conduttore di Radio Capital proveniente dal Gargano, come titolo del suo primo libro, nato dopo una serie di servizi di approfondimento sui nuovi codici mafiosi.
A partire dalla storia di Xx, il primo clan camorristico ad utilizzare i social per conquistare i giovani del quartiere napoletano Ponticelli, Panizio analizza la simbologia dei contenuti che oggi invadono TikTok, Instagram e Facebook, creati soprattutto dalla camorra per reclutare nuovi adepti e confermare il proprio potere. «Per la mafia la cosa più importante è il consenso: è tanto più potente quanto più riesce a sfruttare la zona grigia fatta di complicità e di connivenza di professionisti e società civile, di omertà e di intimidazione. Così diventa molto più semplice gestire i traffici illeciti – racconta a Zeta l’autore -. E il consenso oggi si costruisce sui social media».
Dall’immagine delle catene, che indicano un legame indissolubile tra gli affiliati, a quella del leone, che evoca la potenza del boss, passando dal cuore nero, che racconta di un potere tanto ambito quanto necessariamente malvagio. Tutte le emoji comunicano qualcosa di molto più forte di quello che un utente medio può intuire. «La mafia ha sempre parlato meglio con i simboli che con la prosa, e se fino a qualche anno fa faceva ritrovare i cadaveri con i sassi in bocca, adesso i messaggi arrivano tramite le icone».
I camorristi però non si fermano alle emoji, e ogni giorno, specialmente su TikTok, sono sempre più numerosi i video che rimandano all’estetica mafiosa. Ostentazione del lusso «per accreditarsi come classe dominante e fare gola ai ragazzini che vivono situazioni di disagio», mitizzazione delle figure criminali, vittimizzazione degli affiliati intercettati dalle forze dell’ordine e che ora, dal carcere, vengono ricordati come se fossero martiri. Tutto è finalizzato a confermare la capacità della mafia di adattarsi ai tempi e alle nuove tecnologie. Tanto che alcuni studiosi italiani, tra cui il docente universitario Marcello Ravveduto, hanno teorizzato «la creazione di una sfera mafiofila, per cui ci sono gruppi di utenti che domandano attivamente contenuti mafiosi e fanno da veicolo per i messaggi inviati dai clan», prosegue Panizio. «Prende così vita un sottobosco di utenza che facilita la diffusione dei messaggi camorristici, e che favorisce il numero sempre più elevato di ragazzini che a Palermo o a Napoli ammazzano, sparano e subito dopo inneggiano alla criminalità organizzata sui social».
Se l’appartenenza geografica e sociale a territori ostaggi della mafia è ancora un fattore determinante per gli adepti, i social hanno dato alle retoriche camorriste un pubblico insperato e, soprattutto, hanno eliminato l’intermediazione. «Non è la prima volta che la mafia usa i media, ma adesso lo fa in prima persona, in una vetrinizzazione dei boss che si trasforma in un potente veicolo di propaganda».